Racket sui morti, i giudici: «Estorsioni e omertà tengono in vita il clan Gionta»

Salvatore Piro,  

Racket sui morti, i giudici: «Estorsioni e omertà tengono in vita il clan Gionta»

Clan Gionta, pizzo anche sui morti. I giudici: “Il racket serviva a far funzionare il ‘sistema’, i soldi rientravano nella cassa comune. Gli introiti erano divisi per sostenere tutti gli associati  e l’associazione. Le iniziative erano assunte dai capi”. Ras storici o di nuova generazione, come Vincenzo Amoruso, alias ‘o nzerrino, oppure Ciro Nappo, noto negli ambienti criminali come Ciruzzo capa ‘e ‘auciello e ritenuto essere dall’Antimafia l’ultimo reggente della cosca di camorra dei Valentini. Entrambi, lo scorso 14 aprile, sono stati condannati in Appello a complessivi 35 anni di galera. Due condanne esemplari: 20 anni ad Amoruso. Per Nappo, ex latitante fino al suo spettacolare arresto, avvenuto il 26 maggio 2016 (il ras si nascondeva all’interno di un casolare di campagna, sulla strada Panoramica, munito di documenti falsi e di una parrucca), i giudici hanno deciso per una pena a 15 anni di carcere. A “tradire” Amoruso, secondo le motivazioni della sentenza ora depositate dalla Corte di Napoli, sarebbe stato anche uno strano manoscritto anonimo, rinvenuto dai carabinieri nel covo dove Ciruzzo Nappo, fino all’arresto, stava nascondendosi grazie anche alla complicità di un presunto vivandiere. Una sorta di “pizzino” – contestato a processo dalla difesa proprio perché anonimo – dal quale i giudici hanno inoltre desunto l’inizio di una lotta intestina al clan e contrasti tra presunti e opposti gruppi direttivi dei Gionta. Lotte interne originate – secondo l’accusa – proprio a causa della riscossione del pizzo, che i camorristi senza scrupoli di via Bertone “in riferimento al periodo estivo 2016” richiedevano ai danni di società di ormeggi al porto, bar, centri medici. E persino agenzie di pompe funebri. Era in pratica una presunta e macabra Gomorra dei cimiteri, scoperta dall’Antimafia di Napoli e culminata nel 2017 con gli arresti di 12 presunti affiliati o fiancheggiatori del clan Gionta. Non a caso, con Amoruso e Nappo, in secondo grado sono stati condannati a un anno di pena sospesa ciascuno, con l’accusa di favoreggiamento personale (l’ipotesi dell’aggravante camorristica, in questo caso, è caduta nel corso del processo) anche due imprenditori oplontini: Renato M. e Luigi V., gestori di un’agenzia di pompe funebri con sede in via Sepolcri, zona sud città, nei pressi del cimitero comunale. Più volte ascoltati dalle forze dell’ordine, durante la maxi-inchiesta che riuscì infine a documentare l’esistenza di almeno 20 episodi estorsivi nei confronti di 14 vittime, tutti commercianti di Torre Annunziata. I due imprenditori avrebbero però negato quanto contrariamente ritenuto come palese sia dall’Antimafia che dai giudici: ovvero le costanti richieste di pizzo ad opera di capi, gregari ed esattori del clan Gionta. Decisive infine, per le condanne inflitte al “sistema” Gionta pure in secondo grado, le collaborazioni dei pentiti di camorra, tra i quali Michele Palumbo alias monnezza”, ex sicario del clan poi pentitosi nel 2015. “Ciro Nappo – queste alcune frasi del collaboratore di giustizia, riportate nelle 41 pagine della sentenza che ha infine condannato Nappo, Amoruso e i due imprenditori – teneva in mano tutti i soldi delle estorsioni”. Gli imprenditori di Torre Annunziata, prima di iniziare un lavoro, andavano direttamente a Palazzo Fienga, la storica roccaforte del clan, per “parlare dei ratei da pagare”. “Nappo – così ancora Palumbo in un verbale del Luglio 2017 – contava assi nel gruppo Gionta, era il vecchio stampo”. Nell’altro filone processuale, nato dalla stessa inchiesta, sono state condannate in primo grado altre 10 persone. Tra loro Luigi Della Grotta (18 anni); Pietro Izzo (10 anni); Oreste Palmieri (16 anni); Raffaele Passeggia (16 anni); Luigi Caglione (10 anni); Raffaele Abbellito (5 anni); Salvatore Ferraro (10 anni); Valerio Varone (10 anni); Leonardo Amoruso (6 anni); Antonio Palumbo (4 anni).

CRONACA