Torre Annunziata, l’inferno di Giorgio: «Io, pestato da 7 belve perché sono omosessuale»

Alessandro Miranda,  

Torre Annunziata, l’inferno di Giorgio: «Io, pestato da 7 belve perché sono omosessuale»

«Mi tremano le mani e mi manca il respiro se solo penso a quella maledetta notte». Piange Giorgio (nome di fantasia per tutelarne la privacy) mentre nei suoi occhi sgranati è riflesso il terrore. Impossibile dimenticare la crudeltà di quelle belve che lo hanno massacrato di botte solo perché diverso, solo perché omosessuale. Una storia che arriva da un rione complicato, il Penniniello. Giorgio è un ragazzo di 34 anni. Vive a Torre Annunziata. «Da qui non sono mai voluto andare via – dice – è la mia città anche se porta il marchio della camorra». Ma come tanti giovani della città anche lui, nonostante abbia deciso di restare, non ha un lavoro. «Purtroppo mi sbattono la porta in faccia e sono costretto ad arrangiarmi: facendo il rider, ma la paga non è il massimo». Vive con la sua famiglia, uno dei pochi pilastri che gli restano con gli amici di sempre. «Purtroppo si vive ancora di pregiudizi – racconta – c’è chi non mi accetta, c’è chi giudica con cattiveria». Giorgio però non avrebbe mai immaginato che proprio per la sua omosessualità potesse invece essere vittima di violenza. Racconta la sua storia prima timidamente in una mail che invia a Metropolis, poi decide di dare voce alla sua rabbia e al suo dolore. «Ho paura di qualche ritorsione ma non posso tacere». Preferisce non farsi fotografare ma dà fiato ai polmoni e con voce determinata inizia il suo racconto. «È accaduto qualche settimana fa, ero nella mia macchina con un’amica. Mi ero fermato in uno spazio appena all’ingresso del Penniniello da via Settetermini. Stavamo chiacchierando, e non era nemmeno così tardi, appena le undici di sera quando siamo stati circondati da un branco di persone». Sette belve, tra i 17 e i 30 anni, secondo la descrizione di Giorgio. «Non ci hanno dato nemmeno il tempo di chiedere cosa volessero – continua – hanno trascinato la mia amica dall’auto ma è riuscita a sfuggire. Anche io ho provato ad allontanarmi ma invano. Mi hanno bloccato le mani e chiuso con forza lo sportello. Mi urlavano contro e mi insultavano. Ho provato ad urlare chiedendo aiuto ma nessuno è corso in strada eppure tutte le finestre dei balconi erano aperte». E poi l’orrore che diventa realtà in quel racconto scandito dalle lacrime. «Mi hanno spento due cicche di sigarette sul braccio mentre in due mi tenevano bloccato. Sono andato poi in caserma per denunciare ma ho avuto paura quando mi hanno chiesto il riconoscimento dei miei aggressori. Non sono omertoso ma dire la verità in questa città può costare la vita».

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