Torre del Greco. Potrebbe essere racchiusa all’interno di uno smartphone di ultima generazione la verità sulla notte da incubo vissuta dalla diciottenne «adescata» su Instagram e stuprata in un parcheggio al riparo da sguardi indiscreti. E’ l’ipotesi alla base della decisione del pubblico ministero Ugo Spagna della procura di Torre Annunziata di ordinare una serie di perizie sul telefonino sequestrato al ventiduenne di Leopardi accusato di violenza sessuale. Chiaro l’obiettivo del magistrato incaricato di fare piena luce sulla «storiaccia» capace di indignare un’intera città: trovare all’interno dello smartphone potenziali indizi in grado di confermare il racconto shock della studentessa. Non solo: la stessa vittima – assistita dall’avvocato Amato Del Giudice – ha consegnato al titolare del fascicolo il proprio cellulare per gli eventuali riscontri del caso.

I contatti social

D’altronde, proprio i telefonini sarebbero stati – secondo la dettagliata denuncia messa nero su bianco dalla vittima delle violenze sessuali – lo «strumento» alla base del primo contatto, avvenuto attraverso un «follow» su Instagram. Ma, come raccontato dalla diciottenne a Metropolis Quotidiano il giorno successivo al film dell’orrore andato in scena all’interno della Fiat 500 dell’indagato, le «conversazioni virtuali» andarono avanti per un paio di giorni e subito presero una strana piega. Come se al «corteggiatore virtuale» non bastasse più la corrispondenza social. «Lui insisteva per vederci dal vivo – la ricostruzione della diciottenne – ma i suoi modi erano diversi rispetto ai messaggi dei primi giorni. Era diventato invadente e invasivo. Inizialmente avevo pensato tenesse davvero a me, fosse rimasto colpito dal mio modo di fare. Così ho ceduto ai suoi inviti a uscire: avevo deciso di andare in Litoranea, dove gli avrei parlato sinceramente per stroncare sul nascere qualsiasi aspettativa». Un piano stravolto dall’imprevisto «assalto» del ventiduenne.

La speranza dei filmati

A chiarire cosa avvenne precisamente all’interno della Fiat 500 dell’indagato, poi, potrebbe essere il sistema di videosorveglianza comunale. La studentessa – accompagnata da una parente – sarebbe, infatti, tornata sul luogo dell’orrore dove campeggia un cartello con la scritta «area videosorvegliata» piazzato per frenare i depositi fuorilegge di rifiuti. Se le telecamere del Comune dovessero essere funzionanti, non dovrebbe essere complicato recuperare i filmati della notte da incubo e accertare la verità dalle immagini. La richiesta di acquisire i filmati è stata già presentata dalla difesa al titolare dell’inchiesta.

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