Castellammare, estorsione col clan. Condanna-bis per Lady sanità

Tiziano Valle,  

Castellammare, estorsione col clan. Condanna-bis per Lady sanità

Olga Acanfora si fece aiutare da Sergio Mosca, boss del clan D’Alessandro, per dimezzare la parcella da 400mila euro presentata dall’architetto Pino Celotto, per i lavori del centro Tropeano. E per quell’intervento della cosca, la dottoressa pagò 15mila euro. La Corte d’Appello, nella giornata di ieri, ha condannato a 5 anni, l’imprenditrice stabiese, finita nel mirino dell’Antimafia, nell’ambito delle indagini che partirono dopo l’omicidio del consigliere comunale del Pd, Gino Tommasino. Olga Acanfora, difesa dagli avvocati Ettore Stravino e Giulia Bongiorno, ha ottenuto uno sconto di 3 anni rispetto al giudizio di primo grado, ma i giudici hanno confermato l’aggravante mafiosa per l’estorsione nei confronti del professionista stabiese, che all’epoca dell’arresto, nel 2010, era riuscita a scalare posizioni nell’Unione Industriali di Napoli, diventando presidente del gruppo Piccola Industria. E adesso rischia il carcere.

Pene più lievi per Alfonso Di Vuolo, nipote del boss Sergio Mosca, e l’architetto Massimo Di Maio. I due, difesi rispettivamente dagli avvocati Renato D’Antuono e Vincenzo Propenso, sono stati condannati a 2 anni e 8 mesi per riciclaggio (in primo grado avevano incassato 5 anni e 6 mesi di reclusione). Per entrambi è caduta l’aggravante del metodo mafioso.

L’episodio al centro dell’inchiesta emerse nel corso delle indagini sull’omicidio del consigliere comunale Luigi Tommasino, ammazzato il 3 febbraio 2009. Era stato proprio Tommasino, insieme al fratello Giovanni – secondo quanto riferito da Olga Acanfora – a presentare nel 1999 l’architetto Pino Celotto all’imprenditrice che era alle prese con la ristrutturazione del Tropeano in via Salità Sanità, che doveva diventare un nuovo centro di riabilitazione convenzionato con l’Asl. Celotto fu incaricato come responsabile della 626 per quel cantiere, dal 2000 fino al 2007. Lavori travagliati, visto che sin dagli inizi (siamo nel 2001) scattarono i si- gilli da parte della Polizia Municipale perché erano state rilevate difformità alla Dia. I mesi e gli anni passavano, l’attesa per la conclusione dei lavori cresceva. Crescevano anche le parcelle del professionista. Che presentò un conto da 400.000 euro. Troppi, secondo l’imprenditrice. La donna, sostiene la Dda, si rivolse ai D’Alessandro, con la mediazione di Gino Tommasino, per ottenere uno sconto sulla fattura, in cambio di 15.000 euro versati al clan attraverso il finto acquisto di un tappeto che sarebbe avvenuto grazie a una fattura emessa dal negozio di Alfonso Di Vuolo e di cui si sarebbe interessato l’architetto Di Maio. Che secondo quanto accertato dalle indagini fu poi incaricato al posto di Celotto. Quando a Celotto arrivò il “suggerimento” di dimezzare la richiesta, l’architetto rifiutò. Dopo poche ore dall’omicidio Tommasino, si presentò al suo studio Sergio Mosca. Il corpo del consigliere ammazzato era ancora caldo. L’architetto accettò metà del compenso richiesto.

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