Castellammare, ucciso e fatto sparire nel nulla: tre pentiti in aula per inchiodare i killer di Carolei

Ciro Formisano,  

Castellammare, ucciso e fatto sparire nel nulla: tre pentiti in aula per inchiodare i killer di Carolei

Tre pentiti chiamati a testimoniare in aula. Tre collaboratori di giustizia che dovranno confermare, alla prova del processo, le durissime accuse mosse a carico dei presunti assassini di Raffaele Carolei, l’ex esponente del clan Omobono-Scarpa ammazzato e fatto sparire nel nulla nel 2012. A quattro mesi dagli arresti di Giovanni Savarese e Gaetano Vitale (indicati come gli esecutori materiali dell’omicidio) parte il processo che dovrà ricostruire le trame di uno dei delitti simbolo della ferocia della camorra di Castellammare di Stabia. Un caso riaperto, dopo 9 anni di silenzi, dalle indagini coordinate dal pubblico ministero dell’Antimafia, Giuseppe Cimmarotta, il pm che con le sue indagini ha colpito al cuore, in questi anni, gli affari delle cosche stabiesi. Nei giorni scorsi si è celebrata la prima udienza del processo a carico di Savarese e Vitale, imputati con l’accusa di omicidio aggravato dalle finalità mafiose. Secondo quanto ricostruito dal lavoro dei carabinieri del nucleo investigativo di Torre Annunziata, Carolei venne ammazzato per vendetta dai sicari del clan D’Alessandro per punire la sua adesione agli “Omobono-Scarpa”, cosca emergente che all’inizio del nuovo millennio tentò di spodestare i boss di Scanzano. Accuse, quelle mosse a carico dei due imputati, che si reggono attorno ai racconti di tre pentiti che il pubblico ministero ha inserito nella lista dei testimoni che verranno ascoltati dinanzi ai giudici della Corte d’Assise di Napoli. Si tratta dei fratelli Pasquale e Catello Rapicano (entrambi hanno confessato di aver partecipato all’omicidio di Carolei) e di Luciano Fontana, fratello del pentito Antonio, quest’ultimo ucciso in un agguato nel 2017 ad Agerola. L’omicidio di Carolei, per il quale sono indagati a piede libero altri soggetti per i quali non è stata applicata nessuna misura cautelare, avrebbe rappresentato la risposta, in particolare, per gli omicidi di Giuseppe Verdoliva, autista e braccio destro di Michele D’Alessandro e Antonio Martone, cognato del padrino defunto. I legali di Savarese (difeso dall’avvocato Antonio de Martino) ha prodotto una serie di atti e sentenze per dimostrare il suo assistito, all’epoca dei fatti, non era legato ai D’Alessandro. Anzi, secondo i pentiti Savarese era sulla lista nera del clan. Nella prossima udienza verranno sentiti gli investigatori che hanno partecipato alle indagini. Poi la parola passerà ai pentiti.

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