La finale di Wembley e gli stereotipi italenglish: così lontani, così vicini

Rocco Traisci,  

La finale di Wembley e gli stereotipi italenglish: così lontani, così vicini

Capello, Tardelli, Zola e altri 63 gol d’autore nelle 27 sfide epiche tra Italia e Inghilterra
Azzurri e Berrettini, la domenica sul divano tra frittatona e birra

L’ironia british sui “soliti italiani furbacchioni” ci aveva fatto un po’ vergognare, diciamocelo, ma dopo ventiquattrore esatte la sceneggiata napoletana di Immobile è sembrata puro e innocente folklore rispetto all’amletica caduta in area di Sterling. “C’è del marcio in Danimarca”, scriveva Shakespeare quattrocento anni fa, ma intanto ai danesi gli è stato fregato un rigore che ricorda il gol fantasma di Geoff Hurst ai mondiali del ‘66, decisivo per il titolo inglese. Accade a Wembley, stiamo attenti.“God Save The Queen”, cantavano i Sex Pistols nel ’77. Noi, al massimo dell’agiografia, abbiamo avuto Mariano Apicella. A proposito: nel ’66 – l’anno del mondiale rubato – Queen Elizabeth nominava i Beatles baronetti dell’Impero Britannico, noi non abbiamo fatto in tempo nemmeno a celebrare la Carrà come monumento di Stato. Siamo uno Stato di appena 180 anni noi, siamo italiani, non siamo capaci di andare in giro per il mondo a conquistare popoli: quando ci siamo permessi di buttare gli occhi in Abissinia ci siamo ritrovati Churcill a ironizzare ancora sul pallone: “Gli italiani vanno alla guerra come a una partita di calcio e a una partita di calcio come alla guerra”.   Da che mondo è mondo noi siamo noi, loro sono loro. Totonero e bookmakers, co.co.co e flessibilità, cervelli in fuga e human capital flight, catenaccio e box to box, mafiosi e picky blinders, noi e loro che abbiamo fatto l’America. Per questo l’Italinglish non è solo una partita, ma l’ennesima definitiva resa dei conti su chi l’abbia scoperta davvero, l’America. Siamo il giorno e la notte noi e gli inglesi, c’è poco da fare. Negli anni Sessanta pensavamo che Londra fosse abitata da gentlemen in bombetta, scarpe Lobb’s, pipa e ombrello, mentre loro ci vedevano poco più evoluti dei pakistani e sicuramente meno intelligenti dei bengalesi; quando ci siamo accorti della “swinging London” e della cultura ‘mod’, speravamo che Gianni Morandi si facesse crescere i capelli divorando avidamente qualche pasticca di lsd, ma ci siamo dovuti accontentare di Drupi. Loro avevano David Bowie, noi Renato Zero e ‘i sorcini’ di via Tagliamento. Sia chiaro, il “Baratto” vale “Space Oddity” e altre cinque o sei hits del duca bianco.Anche in politica hanno sempre avuto le idee più chiare delle nostre. Per loro il conservatorismo è una forma di progressismo con guida a destra, noi, nel dubbio se essere conservatori o progressisti, ci limitiamo a guidare malissimo a sinistra. Se la Little Italy del Regno Unito fosse una città, avrebbe grosso modo la popolazione di Bologna e Firenze messe insieme. Gli italiani iscritti all’Aire, l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero, sono 350 mila ma si calcola che per ogni iscritto ci sia un altro italiano che non si è ancora iscritto. Come i cinesi, siamo il doppio di quello che dichiariamo. Siamo italiani e ce lo fanno capire quando ci guardano in faccia, interrogandosi se tra la 128 Sport e Dolce e Gabbana ci sia davvero una qualche linea evolutiva, anche bipolare. Stasera sarebbe fantastico sognare la famosa partita Inghilterra-Italia valevole per la coppa del mondo del ragionier Ugo Fantozzi, sarebbe memorabile uscire con la radiolina all’orecchio e spaccare un vetro chiedendo “scusi, chi ha fatto palo?”. Potrebbe arrivarci un pugno in faccia o la notizia che “l’Italia stia vincendo dieci a zero con rete di Zoff di testa, su calcio d’angolo”.

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