Racket per il clan, condannato il figlio del boss Ascione di Torre del Greco

Ciro Formisano,  

Racket per il clan, condannato il figlio del boss Ascione di Torre del Greco

E’ stato condannato a 5 anni e 4 mesi di carcere Michele Ascione, ritenuto uno degli ultimi reggenti del clan con base e interessi tra Ercolano e Torre del Greco. Secondo l’Antimafia, prima del suo arresto, il rampollo della camorra del Miglio d’Oro avrebbe provato a ricostruire la cosca decimata da blitz e condanne, tentando di rimettere in moto la macchina del racket. Il processo che si è concluso con la sentenza della Cassazione (verdetto le cui motivazioni sono state depositate nei giorni scorsi) rappresenta l’atto finale del procedimento aperto da un’inchiesta della Dda di Napoli per estorsione aggravata dal metodo mafioso. Ascione è accusato, in concorso con altri imputati, di aver imposto a un imprenditore una tangente  da 15.000 euro al clan per poter aprire un’attività commerciale in città. «Se non paghi è meglio che non apri proprio», una delle minacce messe nero su bianco dagli inquirenti. Incassati i soldi, però, il clan non si sarebbe fermato. E gli emissari del pizzo hanno bussato di nuovo alla porta della vittima per chiedergli altri 10.000 euro in contanti. L’uomo, stremato, chiede aiuto ai commercianti dell’associazione anti-racket di Ercolano, gli imprenditori coraggio che in questi anni, con le loro denunce, hanno consentito all’Antimafia di arrestare qualcosa come 500 camorristi. Eroi della lotta alla mafia capaci di scalfire il muro di omertà che per decenni ha “protetto” i signori del pizzo all’ombra del Vesuvio. La vittima decide allora di denunciare. I carabinieri di Torre del Greco raccolgono la sua testimonianza e mettono insieme tutti i tasselli dell’indagine-lampo nel giro di pochi giorni. L’Antimafia fa il resto, ordinando l’immediato arresto dei sospettati, fermo poi convalidato. Ne nasce un processo penale che porta, in primo grado nel 2019, a 4 condanne per complessivi 30 anni di reclusione. Ascione, figlio di Mario Ascione il capoclan noto con il soprannome di ’a jatta, ucciso in un agguato di camorra organizzato dai nemici del clan Birra nel 2003, viene condannato a 10 anni per questa vicenda. Secondo l’Antimafia è stato proprio il rampollo della criminalità vesuviana il mandante della richiesta estorsiva messa poi a segno dagli altri affiliati condannati. La Corte d’Appello di Napoli, nel gennaio del 2020, ridimensiona però il peso delle accuse, concedendo un corposo sconto di pena per Ascione (difeso dall’avvocato Luigi Palomba) che passa da 10 a 5 anni per questa storia. A marzo la vicenda è finita al centro di un ricorso in Cassazione. La seconda sezione penale della suprema Corte ha però deciso di dichiarare inammissibile il ricorso presentato da Ascione, rendendo di fatto definitiva la condanna di secondo grado emessa dalla Corte d’Appello di Napoli.

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