Torre Annunziata, il killer di Cerrato confessa: «Così ho ucciso Maurizio»

Ciro Formisano,  

Torre Annunziata, il killer di Cerrato confessa: «Così ho ucciso Maurizio»

Uno sguardo, un profondo sospiro. Un breve silenzio  e poi la confessione. Ore e ore per raccontare pochi secondi, per aprire finalmente una breccia in quel muro di omertà che ha fatto da sfondo ad una delle pagine più nere della storia recente di Torre Annunziata. «Sono stato io ad accoltellare Maurizio Cerrato», ripete quell’uomo di trentatré anni seduto di fronte ai pm della Procura di Torre Annunziata. E’ il 26 giugno del 2021 e Antonio Cirillo (uno degli indagati finiti in cella per l’omicidio di via IV Novembre) si arrende. Confessa. Racconta tutto. Lo fa anche davanti alle immagini dalle telecamere del garage dove è avvenuto l’omicidio. Flash prima spariti e poi recuperati dal lavoro dei tecnici della Procura.

La confessione

Cirillo ha raccontato che il pomeriggio del 19 aprile si trovava a casa della madre di Giorgio e Domenico  Scaramella (anche loro indagati e arrestati nei mesi scorsi per il delitto Cerrato). Passa qualche ora e il trentatreenne, assieme a Domenico Scaramella e a suo padre Francesco sale a bordo di una Fiat Punto grigia. Devono recarsi a Pagani per una commissione. Prima di uscire però Domenico Scaramella – secondo il racconto di Cirillo – preleva dal tavolo un coltello a serramanico. Coltello che aveva usato per bucare il pneumatico di un’auto, una Suzuki bianca che qualcuno aveva parcheggiato poco prima sulla strada, davanti alla sua abitazione. Si tratta dell’auto di Maria Adriana Cerrato. Lo stesso coltello che Domenico Scaramella avrebbe poi consegnato a Cirillo durante il viaggio verso Pagani, chiedendogli di tenerlo occultato sotto la leva del freno a mano. Ma durante il tragitto il telefono di Domenico Scaramella comincia a squillare. «Era suo fratello Giorgio che ci aveva raccontato di essere stato aggredito». L’aggressione di cui parla Antonio Cirillo è il tentativo di Maurizio Cerrato di difendere sua figlia dopo che gli Scaramella le avevano bucato la ruota della macchina. Una colluttazione tra Cerrato e Giorgio Scaramella che si era conclusa nel giro di pochi istanti. Lo stesso Maurizio Cerrato si era persino offerto di riparare gli occhiali di Scaramella, rotti nel corso dello scontro. «Quando siamo arrivati abbiamo trovato Giorgio Scaramella nel cortile del parcheggio Max», un altro dei passaggi della confessione di Cirillo.

«Così l’ho ucciso»

Prima di scendere dall’auto Cirillo racconta di aver preso il coltello, su indicazione di Domenico Scaramella. Ed è lo stesso Domenico Scaramella, secondo sempre il racconto del trentatreenne, a scagliarsi contro Maurizio Cerrato, colpendolo con dei pugni al volto. La vittima reagisce e a questo punto «ho tirato fuori il coltello puntandoglielo alla spalla», dice Cirillo agli inquirenti. Secondo l’assassino, però, la morte di Maurizio sarebbe stata causata da un movimento improvviso della vittima. «Ha fatto una rotazione con il busto e il colpo è finito sul torace anziché sulla spalla», il succo della deposizione resa da Antonio Cirillo. L’autopsia ha accertato che l’unico colpo inferto ai danni dalla vittima ha penetrato il torace del povero Maurizio per 10 centimetri, arrivando a recidere l’aorta ascendente e causando dunque l’immediato decesso di Maurizio.

 

Le accuse al padre

Sempre Cirillo, nel corso di quell’interrogatorio, ha anche confermato agli inquirenti la presenza di suo padre Francesco sul luogo del delitto. Dettaglio, quest’ultimo, emerso dopo che gli inquirenti gli hanno mostrato i famosi “frame” estrapolati dal cellulare del titolare del garage nel quale è avvenuto il massacro. Elementi che hanno consegnato agli inquirenti la prova della partecipazione del sessantasettenne al delitto chiudendo definitivamente il cerchio delle indagini e «assicurando alla giustizia tutte le persone che hanno partecipato all’omicidio di Maurizio Cerrato», come sottolinea in una nota diffusa ieri mattina il Procuratore di Torre Annunziata, Nunzio Fragliasso. L’epilogo di un’indagine «resa oltremodo difficile dal clima di diffusa omertà che ha caratterizzato il contesto investigativo», afferma ancora il Procuratore. Omertà, silenzi, minacce che hanno reso tortuoso il lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura. Un lavoro che però, dopo tre mesi di indagine, ha comunque portato dietro le sbarre quelli che per gli inquirenti sono i protagonisti di una della pagine più nere della storia recente di Torre Annunziata.

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