Castellammare, il boss ha paura del Covid: negati i domiciliari, resta al 41bis

Ciro Formisano,  

Castellammare, il boss ha paura del Covid: negati i domiciliari, resta al 41bis

Castellammare. Ha tentato la carta del Covid per uscire dal 41-bis. Per lasciare il braccio di massima sicurezza del carcere e tornare a casa, a Castellammare di Stabia, agli arresti domiciliari nel suo feudo di Scanzano. Ma per i giudici del tribunale di sorveglianza di Perugia e per i magistrati della Cassazione, Luigi D’Alessandro, esponente di spicco della stirpe criminale stabiese, è curato adeguatamente in carcere e quindi deve restare al 41-bis. Una decisione motivata, dalla Suprema Corte, in una sentenza di quattro pagine le cui motivazioni sono state depositate qualche giorno fa. Un provvedimento che ripercorre i passaggi di quell’istanza rigettata dai giudici. Istanza con la quale il figlio del padrino defunto Michele D’Alessandro ha tentato di ottenere la scarcerazione puntando sui rischi connessi alla pandemia. Il boss, detenuto a Spoleto, ha chiesto, infatti, il rinvio dell’esecuzione della pena o in alternativa i domiciliari perché – uno dei passaggi del ricorso – è affetto da «patologie bronchiali croniche e cardiache». Patologie che lo esporrebbero al rischio di contrarre il Covid anche nel braccio di massima sicurezza del 41-bis, dove il distanziamento sociale è già legge da oltre 30 anni. Le malattie di D’Alessandro – scrivono i giudici della Cassazione – «possono essere adeguatamente trattate con le risorse sanitarie dell’istituto o territoriali e sono compatibili con il regime detentivo». Tra l’altro, secondo la Cassazione e il tribunale di sorveglianza, al detenuto è garantito pienamente il diritto alla salute alla luce dell’adeguatezza del «percorso penitenziario apprestato per assisterlo terapeuticamente». Che tradotto in parole povere vuol dire che D’Alessandro è malato ma è curato adeguatamente in carcere e non è esposto al rischio di contrarre il Coronavirus. Il boss, quindi, non potrà ottenere benefici o scarcerazioni per motivi sanitari. Il figlio del padrino è considerato una figura di spicco del clan, uno dei discendenti della linea gerarchica di comando tracciata dai fondatori della cosca. Assieme ai fratelli Pasquale e Vincenzo (quest’ultimo unico libero dei tre) avrebbe diretto e coordinato l’organizzazione specializzata in spaccio di droga ed estorsioni. Accuse che gli sono costate un cumulo di condanne definitive a 30 anni di reclusione per i processi “Chalet” e “Sigfrido”. Processi dai quali è emerso il ruolo apicale di Luigi D’Alessandro, al punto che il ministro della giustizia, su richiesta dell’Antimafia, ha deciso di confinarlo al 41-bis. Un regime penitenziario dal quale D’Alessandro ha provato a uscire in ogni modo. Battaglie perse però. Per i giudici, infatti, D’Alessandro riveste tutt’ora un ruolo di spicco nella cosca. E così il boss di Scanzano resterà ancora al 41-bis.

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