Messaggi cifrati al 41-bis, niente posta per il boss di Torre Annunziata Valentino Gionta

Ciro Formisano,  

Messaggi cifrati al 41-bis, niente posta per il boss di Torre Annunziata Valentino Gionta

Una lettera dal contenuto top secret. Una missiva ritenuta “pericolosa” dal tribunale di Sorveglianza di Sassari. Un messaggio indirizzato, qualche mese prima dell’esplosione della escalation di violenza che ha travolto Torre Annunziata, all’attenzione di Valentino Gionta, il super boss ergastolano sepolto vivo al 41-bis. Un documento mai arrivato nelle mani del padrino che potrebbe contenere messaggi sospetti. Una vicenda raccontata, in questi giorni, dalle motivazioni di una sentenza depositata dalla Corte di Cassazione. I giudici hanno dovuto analizzare un ricorso presentato proprio dal boss che chiedeva di poter leggere quella lettera. La vicenda risale al 22 maggio dello scorso anno, il periodo indicato dagli investigatori come l’avvio della escalation di violenza e atti criminali che ha travolto la città. Il magistrato di sorveglianza di Sassari decide di non inoltrare al padrino «una missiva a lui indirizzata». Le ragioni di quella decisione non vengono chiarite nel provvedimento ma ovviamente la principale ipotesi è che quella lettera potesse contenere parole “pericolose”. Tra l’altro i precedenti provvedimenti – emessi sia dai giudici del tribunale di Sorveglianza che dalla Suprema Corte di Cassazione – hanno sottolineato come il boss sia ancora pericoloso e ritenuto in grado di poter tornare, se libero di poter comunicare con i suoi affiliati, alla guida dell’organizzazione criminale. Nel 2019, addirittura, il boss aveva chiesto la revoca del carcere duro al quale è sottoposto ormai da decenni. Arrivando a definire come una “tortura” il regime penitenziario al quale vengono sottoposti i padrini di mafia, camorra e ‘ndrangheta. Da una decisione emessa due anni fa dal tribunale di Sorveglianza è tra l’altro emerso che il clan è tutt’ora «retto dai familiari» del padrino, «che la condotta carceraria era stata molto irregolare» e soprattutto «che egli aveva mantenuto la sua caratura criminale». Tradotto in parole povere: secondo sentenze e ordinanze il potere di quel boss di sessantotto anni non è stato scalfito, in questi decenni, dalle sentenze, dai processi e nemmeno dal carcere duro. E soprattutto il suo clan è ancora attivo sul territorio, come dimostrano i recenti fatti di cronaca che hanno macchiato di sangue le strade di Torre Annunziata. Agguati che hanno ricordato gli anni di piombo di “Fortapàsc”. Gli anni in cui a comandare una delle cosche più longeve della criminalità campana c’era quel boss oggi sepolto vivo al carcere duro.

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