Pompei. Scavi clandestini, due condanne e Parco risarcito

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Pompei. Scavi clandestini, due condanne e Parco risarcito

Scavi, condannati gli ultimi tombaroli di via Civita Giuliana. Multe e pene esemplari – oltre a un risarcimento che, da liquidare poi in sede civile, potrebbe toccare la cifra record del milione e ottocentomila euro in favore della Sovrintendenza sono state distribuite ieri dal giudice penale Silvia Paladino, del Tribunale di Torre Annunziata, contro i due presunti tombaroli di via Civita Giuliana: Giuseppe e Raffaele Izzo, padre e figlio di Torre Annunziata. Grossisti nel commercio della frutta, entrambi con precedenti alle spalle, proprietari di un appartamento al primo piano oltre a un grosso terreno in via Civita Giuliana, a pochi passi dal Parco Archeologico di Pompei. Sotto questo terreno – secondo le indagini condotte dall’ex pm anticamorra nonchè ex Aggiunto presso la Procura di Torre Annunziata, Pierpaolo Filippelli – a partire dal 2009 e fino al 2017 sarebbero stati scavati cinque tunnel clandestini, alti ottanta centimetri e lunghi settanta metri, per saccheggiare i ricchissimi reperti d’epoca romana rinvenuti dentro gli ambienti rustici e nobiliari della Villa suburbana seppellita dall’eruzione del 79 d.C.

Una domus resa nota infine, nel 2019, grazie al ritrovamento da parte degli archeologi della Sovrintendenza dei calchi di tre cavalli con bardatura militare. Papà Giuseppe Izzo ha incassato una condanna a tre anni e mezzo di carcere. Suo figlio Raffaele, invece, è stato condannato in primo grado a tre anni. Per entrambi, il giudice ha disposto l’interdizione per cinque anni dai pubblici uffici. Danneggiamento, scavi clandestini, impossessamento di beni archeologici e violazione di sigilli le gravi accuse mosse a vario titolo dall’ex pm anticamorra Filippelli contro i due tombaroli. Che sono invece finiti assolti dall’ulteriore capo criminoso relativo alla ricettazione. “Attenderemo le motivazioni della sentenza. E’ ovvio che ci sia delusione, ma l’esito appariva scontato. Perchè? Le regole del codice di procedura, in questo processo, sono state assolutamente trascurate. Faremo di sicuro appello” il commento rilasciato, dopo il verdetto, dal legale Giuseppe Matrone. E’ l’avvocato che, assieme al legale Maria Formisano, ha cercato fino all’ultimo di scagionare da ogni accusa i due tombaroli. Come? Con una fortissima arringa, che in aula ha denunciato apertamente la Sovrintendenza di aver “messo in piedi” – assieme alla Procura – un processo costruito quasi ad arte per occupare “illecitamente per non versare la dovuta indennità d’esproprio da circa diecimila euro annui” il terreno di proprietà degli Izzo.

In particolare, la Procura avrebbe “evitato di indagare sulla criminalità organizzata attiva tra Pompei e Castellammare, in particolare clan Cesarano” oltre che sui presunti appetiti vantati dalla camorra su una vecchia biga romana, che ancora oggi risulterebbe essere seppellita sotto le rovine dell’antica Pompei in via Giuliana. “Perchè non si è indagato Luigi Giordano (accusato, ma in un processo parallelo, di associazione a delinquere finalizzata al traffico transnazionale di reperti archeologici ndr) che, peraltro, fino al 2019 era il proprietario di un terreno confinante con casa Izzo? – ha chiesto ieri, ironicamente e quasi sgolandosi in aula, l’avvocato Matrone – forse perchè, dichiarando il falso dopo essere divenuto collaboratore di giustizia, lo stesso Giordano, il 17 aprile del 2019, ha ceduto al Parco Archeologico la sua porzione di terreno a seguito di una falsa usucapione ventennale? E’ evidente che, in questo processo, non c’è stato rispetto delle libertà”. Tra i temi che, molto probabilmente, costituiranno l’asse portante di un’altrettanto accorata memoria difensiva in secondo grado, c’è anche il presunto “mancato sviluppo investigativo” sul ruolo forse giocato nello scavo dei cunicoli illegali da un altro vicino di casa di rango della famiglia Izzo, ovvero Alfonso Avitabile: ritenuto vicino al clan Cesarano e ucciso il 6 gennaio 2002. L’omicidio di Avitabile è collegato alla incredibile fuga dello stesso boss Ferdinando Cesarano e di Giuseppe Autorino dall’aula bunker di Fuorni.

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