Castellammare. I killer del clan D’Alessandro ospitati nelle case popolari

Tiziano Valle,  

Castellammare. I killer del clan D’Alessandro ospitati nelle case popolari

Il killer del clan D’Alessandro ha occupato abusivamente per anni un appartamento del Comune. Nessuno ha mai bussato a quella porta per verificare se l’abitazione fosse libera o magari ci vivesse un legittimo assegnatario. In quella casa, secondo quanto raccontano i pentiti, nel 2012 è stato commesso un omicidio. Gli affiliati della cosca di Scanzano hanno tratto con l’inganno una pregiudicato in quell’appartamento e l’hanno strangolato, facendo sparire per sempre il suo corpo. La ricostruzione dell’ennesimo esempio di una camorra capace di mettere le mani sul bene pubblico viene fuori dall’ultima udienza del processo a carico di Giovanni Savarese e Gaetano Vitale, accusati dall’Antimafia di aver ammazzato Raffaele Carolei, l’ex affiliato del clan Omobono-Scarpa vittima di lupara bianca.Al banco dei testimoni un maggiore dei carabinieri che ha partecipato alle indagini sul delitto del pregiudicato di Moscarella, che viene incalzato dalle domande del collegio difensivo composto dagli avvocati Taormina e de Martino.

La deposizione verte sul luogo dove sarebbe stato commesso il delitto. Al maggiore viene rivolta una domanda: «Avete verificato il titolo di proprietà di questa abitazione, se è un’abitazione di Catello Rapicano o della moglie?». L’investigatore risponde: «Catello Rapicano non ha mai avuto residenza anagrafica in questo stabile». E a quel punto i legali incalzano: «Quindi è corretto dire che è una casa occupata?». «Sì», la risposta dell’investigatore.

La deposizione prosegue e spunta fuori che non sono mai stati fatti controlli su quell’abitazione, per verificare chi ci fosse dentro. In quella casa ha abitato abusivamente, senza doverne dare conto, un affiliato del clan D’Alessandro che secondo l’Antimafia è arrivato ad uccidere per la cosca di Scanzano.

Una vicenda che conferma ancora una volta, qualora ce ne fosse bisogno, il problema dell’illegalità che da decenni attanaglia Castellammare, una città dove i camorristi possono fare quello che vogliono restando impuniti e danneggiando la stragrande maggioranza delle persone perbene. Catello Rapicano occupava una casa del Comune che sarebbe spettata a una famiglia in difficoltà economica e viveva con i soldi guadagnati dal traffico di stupefacenti, gestendo la piazza di spaccio che gli era stata affidata dal clan D’Alessandro.

Ha potuto farlo perché nessuno, nel corso degli anni, si è mai permesso di verificare chi occupasse quell’abitazione.

Solo recentemente il Comune ha avviato un censimento delle case popolari, cercando di andare a fondo a un problema radicato da tempo in alcuni quartieri come il Savorito e l’Acqua della Madonna. Rioni dove c’è il sospetto che alcuni pregiudicati si sono impossessati da decenni delle case popolari, pur non avendone diritto. Nei prossimi giorni sarà il commissariato di polizia di Castellammare a inviare una dettagliata relazione alla Prefettura di Napoli, dopo aver lavorato per mesi a stretto contatto con gli uffici comunali.

CRONACA