Sangue infetto, Asl condannata dopo 45 anni: 2 milioni di euro agli eredi della vittima di Scafati

Adriano Falanga,  

Sangue infetto, Asl condannata dopo 45 anni: 2 milioni di euro agli eredi della vittima di Scafati

Malasanità, risarcimento record di oltre due milioni di euro per gli eredi di una donna scomparsa nel 2005, a causa di una epatite contratta a seguito di una trasfusione di sangue infetta. La sentenza è stata emessa dalla dottoressa Valentina Ferrara, giudice monocratico del Tribunale di Salerno, 1a sezione civile, a danno della Regione Campania e dell’Asl Na5.

Citato in giudizio anche il Ministero della Salute, il giudice ha eccepito per questi la sopraggiunta prescrizione. La donna, scafatese, a seguito di trasfusioni di sangue infetto praticatele nel 1976, risultava, anni dopo, affetta da Epatite C. La patologia si è aggravata in cirrosi epatica e la paziente è deceduta nel 2005. Ad ottenere il risarcimento sono stati i tre figli della donna che, nel 2012, hanno dato mandato all’avvocato Nicola Violante di avviare una causa civile.La donna, a soli 28 anni, fu ricoverata nel 1976 presso l’ospedale civile di Torre Annunziata, dove aveva partorito poco prima. E’ stata in questa circostanza che le fu trasfusa la sacca di sangue risultata poi infetta. Un calvario lunghissimo, e una vita intera compromessa dalla malattia e dalle sue difficili conseguenze.Una breve vita condizionata dalla patologia e dalle sue conseguenze, che di fatto ha stravolto e drammaticamente condizionato sia la vita che le relazioni sociali della povera donna e dei suoi familiari. L’epatite C cronicizzò in cirrosi epatica fino a degenerare in un epatocarcinoma che le spezzò la vita a neanche 57 anni. Fondamentale, spiega l’avvocato Violante, è stato il riconoscimento del nesso casuale ad opera della Commissione Medico Ospedaliera di Caserta, che riconobbe alla donna l’indennizzo previsto dalla legge, quando era ancora in vita.Una circostanza inoppugnabile e incontrovertibile, che riconosceva la colpa e negligenza alle autorità sanitarie, per non aver vigilato sulle corrette procedure previste già all’epoca, che prescrivevano la tracciabilità delle sacche di sangue trasfuse ai pazienti. Un protocollo che di fatto avrebbe permesso di evitare la trasfusione alla donna, ed oggi probabilmente sarebbe ancora in vita. Il Tribunale ha riconosciuto agli eredi una somma pari ad euro 820 mila circa, quale risarcimento dovuto al momento del fatto, e cioè nel settembre 1976. Somma che rivalutata alla data di emissione della sentenza (esattamente 45 anni dopo) supera i 2 milioni di euro.La lunga sentenza certifica che già nel 1976 la struttura sanitaria aveva l’obbligo di identificare il donatore e il centro trasfusionale di provenienza del sangue, una circostanza non rispettata. «Se non fosse stata praticata la trasfusione, la morte della stessa non sarebbe avvenuta – si legge – non possono nutrirsi dubbi sulla responsabilità dell’Ospedale di Torre Annunziata». Soddisfatto l’avvocato Violante. «Dopo una difficile battaglia giudiziaria, posso affermare che giustizia è fatta» le sue parole. Sia le Regione Campania che l’Asl Na5 sono state condannate in contumacia.

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