Appalti e camorra a Torre del Greco, l’ultimo verbale del super pentito Di Gioia

Ciro Formisano,  

Appalti e camorra a Torre del Greco, l’ultimo verbale del super pentito Di Gioia

Dagli interessi della camorra sugli appalti al ruolo centrale assunto da imprenditori e faccendieri vicini al clan nella gestione dei soldi pubblici. E ancora i pericolosi intrecci tra politica e personaggi border line che avrebbero avuto un ruolo anche nella vicenda del voto di scambio alle ultime elezioni comunali.  Sono alcuni dei temi lambiti dagli ultimi racconti resi all’Antimafia da Isidoro Di Gioia, il boss pentito di Torre del Greco. Il figlio del padrino Gaetano ‘o tappo, il 29 settembre scorso è stato sentito dal sostituto procuratore Maria Di Mauro. Un verbale confluito nel procedimento che vede indagato Vincenzo Izzo, titolare della pescheria “Don do” al quale la Procura di Napoli ha sequestrato, circa un mese fa, 245.000 euro in contanti che l’imprenditore avrebbe consegnato ad un insospettabile netturbino di Ercolano. Soldi sporchi, sostengono i pm, frutto delle attività delittuose di cui Izzo si sarebbe reso protagonista, a cominciare dalla compravendita dei voti alle comunali del 2018 (vicenda per la quale è imputato dinanzi ai giudici del tribunale di Torre Annunziata).  Per il collaboratore di giustizia, Izzo è «sempre stato vicino ad ambienti criminali sia perché amico stretto di Ciro Vaccaro, sia perché la sua pescheria è un punto di ritrovo di assessori e dipendenti comunali». Il super pentito dice di conoscere bene l’indagato, sostenendo che l’imprenditore avrebbe avuto anche rapporti con suo padre, Gaetano Di Gioia. «Ricordo che prima della morte di mio padre – le parole del collaboratore di giustizia – veniva a casa mia a Natale per portare pesci agli affiliati». Di Gioia ha parlato ai pm anche dei legami tra l’imprenditore e alcuni pregiudicati ritenuti vicini alla camorra e con altri soggetti invischiati nell’affare degli appalti. Il pentito tira in ballo pure Ciro Vaccaro: ritenuto l’anello di congiunzione tra i clan, i politici e gli imprenditori e condannato, in primo grado, a 10 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Di Gioia, parlando proprio di Vaccaro, lo ha definito come «la chiave di volta» per «manovrare gli appalti», soprattutto quelli della nettezza urbana, «favorendo la ditta più malleabile». Fino al 2010 – quando il figlio del padrino ha scelto di collaborare con la giustizia – la camorra – le parole di Di Gioia – avrebbe incassato, grazie a Vaccaro, sia le estorsioni a carico delle ditte Nu e sia posti di lavoro. «Cinque o sette» ogni volta, dice il collaboratore, che «noi a nostra volta vendevamo a 10.000 euro oppure sistemavamo qualche affiliato di rilievo». Gente del calibro di «Pietro Papale, Ciro Formicola e Bartolomeo Palomba», finiti nell’organico della nettezza urbana, secondo Di Gioia. Dichiarazioni depositate al tribunale del Riesame nel procedimento legato al sequestro dei soldi trovati a casa del netturbino e ritenuti di proprietà di Izzo. Parole che gettano nuove ombre sulla gestione passata del Comune. Frasi che la difesa di Izzo – rappresentata dall’avvocato Antonio de Martino – ritiene però prive di fondamento annunciando battaglia in vista della nuova udienza.

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