Castellammare. Stangata al clan del Savorito: 11 condanne per 120 anni di carcere

Ciro Formisano,  

Castellammare. Stangata al clan del Savorito: 11 condanne per 120 anni di carcere

Dieci condanne confermate su undici. Una sola riduzione di pena pari ad appena sei mesi. Per il resto niente sconti per boss, affiliati, pusher e fiancheggiatori della cosca satellite dei D’Alessandro di Castellammare di Stabia. Si chiude così il processo di secondo grado al clan del Savorito, l’organizzazione criminale specializzata in spaccio e traffico di droga legata mani e piedi alla camorra di Scanzano.La sesta sezione della Corte d’Appello di Napoli, nella serata di ieri, ha confermato il verdetto emesso a ottobre dello scorso anno blindando le accuse della Direzione Distrettuale Antimafia. Unica eccezione la riduzione di pena concessa a Gregorio Cesarano, passato da 12 a 11 anni e 6 mesi di carcere. Confermati, invece, i 20 anni di reclusione per Salvatore e Michele Imparato, ritenuti le figure chiave dell’indagine. E ancora 12 anni per Giovanni Longobardi e Silvio Onorato e i 10 anni a testa per Ciro Amodio, Giovanni Di Maio e Francesco Massa. Infine 8 anni per Nicola Capasso, 4 anni di reclusione per Pasquale Cabriglia e 3 anni a Catello D’Auria, entrambi considerati figure marginali dell’inchiesta. Condanne pesanti nonostante la scelta degli imputati di optare per il rito abbreviato.Un processo, quello a carico dei ras del Savorito, nato da un’inchiesta avviata nel 2015, quando la Dda ha puntato i riflettori sugli affari illeciti degli Imparato, meglio noti come i “paglialoni” del rione Savorito. Quella dinastia criminale, secondo gli inquirenti, ha rappresentato per anni il braccio operativo del clan D’Alessandro nel settore del narcotraffico e dello spaccio al dettaglio di droga sul territorio stabiese. Un business che secondo i pentiti sarebbe valso incassi per qualcosa come sei milioni di euro all’anno. Buona parte di quei quattrini finivano nelle casse della camorra proprio attraverso la fiorente attività di spaccio gestita dagli Imparato tra le case popolari del rione.Quella ritratta tra le pagine delle inchieste condotte dal pubblico ministero, Giuseppe Cimmarotta, appare come una vera e propria succursale di Gomorra trapiantata all’ombra del Vesuvio. Un’organizzazione composta da vedette, pusher, pali e porta-soldi finita al centro anche di un’altra indagine che vede imputate 38 persone (nei prossimi giorni ci sarà l’udienza preliminare con alla sbarra, tra gli altri, Salvatore Imparato). Ma dall’indagine che ha dato vita al processo d’appello conclusosi ieri è emerso anche che gli Imparato, oltre allo spaccio, avrebbero gestito una tentacolare attività di raccolta delle estorsioni. Racket riscosso sia sotto forma di denaro che di forniture a carico di diversi imprenditori del territorio. In particolare di estintori e dispositivi di sicurezza. Un business che gestiva direttamente Michele Imparato, alias zì Peppe, imponendo le forniture alle aziende del territorio stabiese. Tutto documentato dall’inchiesta dell’Antimafia che ha messo insieme prove ritenute schiaccianti dai giudici, che hanno deciso di confermare le pesanti condanne di primo grado.

CRONACA