La parabola della ricerca italiana: senza finanziamenti, ma con i Nobel

Francesco Verdoliva,  

La parabola della ricerca italiana: senza finanziamenti, ma con i Nobel

È il Natale 1978 e un giovane ricercatore di fisica ha un’intuizione: dedicarsi agli studi sui sistemi complessi. È Giorgio Parisi ed è ignaro che quarant’anni dopo gli varranno il Nobel per la Fisica 2021. Oggi rivendica che il vero Nobel avrebbe dovuto essere Nicola Cabibbo, “maestro” con il quale si è laureato. In fondo, è divenire maestri l’ambizione dei grandi insegnanti. E la ricerca italiana è costellata da questi incontri fortuiti tra grandi “maestri” e loro studenti. Lo sa bene il Nobel Rita Levi Montalcini che sottolinea come la carriera di uno studente dipenda soprattutto «dalla fortuna di incontrare un grande docente». E, in effetti, lei un grande maestro lo ha incontrato per davvero all’Università di Torino negli anni Trenta del Novecento: Giuseppe Levi. “Padre spirituale” di altrettanti premi Nobel, quali Salvador Luria e Renato Dulbecco. Analogamente alla scena torinese, nella capitale dei giovanissimi ricercatori passano alla storia come i “Ragazzi di via Panisperna”, sede del Regio Istituto della Fisica. Il leader del gruppo e futuro premio Nobel, Enrico Fermi è ambizioso e presenta persino una proposta per la nascita di un Istituto di radioattività nazionale. Ma con la morte di Guglielmo Marconi, capo del Cnr e principale protettore del gruppo, oltre che primo Nobel italiano per la Fisica, la proposta viene definitivamente affossata. Mancanza di fondi, dicono. E uno sconfortato Fermi, spinto anche dalle leggi razziali del 1938, lascia il Paese. Emilio Segrè, altro Nobel e “ragazzo” di Via Panisperna, sarà toccato dalla stessa sorte. È la morte per la fisica nucleare italiana. Ciononostante, entrambi si ritroveranno negli States per collaborare al Progetto Manhattan per lo sviluppo della bomba atomica.

Fuga che lascia l’Italia orfana di alcuni dei talenti migliori della prima generazione di ricercatori moderni. Per l’estero, invece, è una grande acquisizione. Oggi la situazione è sicuramente cambiata. Eppure, la fuga di cervelli è ancora il leitmotiv dell’Italia contemporanea. L’attuale ministra dell’Università Messa sottolinea l’importanza dei maestri come esempio per i giovani ricercatori. Ma va altrettanto sottolineato come la Repubblica Italiana abbia tra i suoi principi fondamentali la promozione e lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica. Che nella pratica dovrebbe tradursi nello stanziamento di risorse adeguate e valorizzazione dei talenti. L’attenzione andrebbe, piuttosto, posta sugli strumenti: è chiaro che un giovane ricercatore va nel posto in cui può sviluppare al meglio il suo progetto di ricerca. Il Nobel Riccardo Giacconi fa notare come gli anni migliori per la creatività di uno scienziato siano quelli della gioventù e come l’Italia non disponga di strumenti adeguati per sostenerli. Dice che i ricercatori hanno le stesse esigenze dei geni del Rinascimento: «un muro su cui poter dipingere». In sua assenza, le potenzialità vengono tarpate.

Negli ultimi anni si è assistito anche al tentativo, più o meno goffo, di progettare un ritorno in patria dei cervelli fuggiti, ma qualcuno l’ha strozzato. È il caso di Berlusconi che nel 2006 blocca i finanziamenti per il “Rientro dei cervelli” progettato cinque anni prima, e nel 2008 affossa la ricerca con la Riforma Gelmini e i tagli del ministro Tremonti. Una scelta che porta docenti e studenti in piazza. Persino Giorgio Parisi protesta a Montecitorio. Ma sarebbe riduttivo attribuire la politica dei tagli alla ricerca solo ai governi Berlusconi. È una tendenza che il Cavaliere ha solo accelerato, e che i suoi successori hanno continuato a cavalcare. Un graduale svuotamento della funzione sociale della scuola e dei classici modelli educativi.

Questi, divenuti fragili sono stati ben presto sostituiti da nuovi esempi improvvisati e svuotati di competenze, che hanno costituito nuovi e più semplici modelli a cui ispirarsi e che hanno riempito anche interi apparati dello Stato. Gli slogan populisti hanno professato il credo dell’uno vale uno, hanno tolto importanza alla formazione e alla competenza, hanno relegato i valori del sapere in soffitta, li hanno cancellati dalla lista dei requisiti primari per essere parte della classe dirigente. Il risultato è che le istituzioni sono deboli e la politica stenta a produrre leadership vere, durature e pregne di ideali. Una deriva alla quale sta provando a mettere una toppa l’ex presidente della Bce, Mario Draghi. Lo stesso Nobel Parisi si dice fiducioso affinché la ricerca ritorni, attraverso nuovi fondi, a far da guida allo sviluppo del sistema-Italia. Attuali sono le parole dell’eterno giullare, ultimo Nobel italiano per la Letteratura, Dario Fo: «Spero tanto che le cose si raddrizzino e che ci sia una vampata straordinaria, come avviene quando gli uomini sono stufi di dover soccombere e di tirare a campare».

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