Tony, la disabilità è ricchezza. Storia di integrazione a Torre Annunziata

Giovanna Salvati,  

Tony, la disabilità è ricchezza. Storia di integrazione a Torre Annunziata

Occhi sgranati davanti alla locandina del Principe della Risata. La gigantografia è quella originale del 1956 e il titolo del film “Totò, Peppino e la Malafemmina” spicca sulle pareti tortora del ristorante «Casa Caponi» di Torre Annunziata. Antonio ci si sofferma davanti almeno tre volte al giorno, una sorta di tappa obbligatoria per arrivare dalla sala alla cucina. Un tragitto che percorre con il sorriso sul volto e la gioia nel cuore perché il suo più grande sogno oggi è realtà. Antonio ha 26 anni e in tasca un diploma ottenuto con il massimo dei voti all’istituto Alberghiero De Gennaro di Vico Equense. E’ un ragazzo down, un ragazzo speciale e in quel ristorante ha trovato la sua più grande occasione, di vita, di riscatto, tutto grazie al titolare Vincenzo Pagano. Indossa il camice da lavoro orgoglioso e si occupa dell’accoglienza dei clienti. «Benvenuti a Casa Caponi, io sono Antonio» sono le prime parole che pronuncia a chi varca la soglia del ristorante-pizzeria.  Li accompagna ai tavoli, prende le comande e si occupa di loro per poi assicurarsi che tutto vada bene durante la loro permanenza. Tutti i suoi colleghi lo hanno ribattezzato come Tony n.1 e così i clienti lo conoscono ma dietro quel volto c’è una storia. «Ricordo ancora quando Antonio ha varcato la soglia della mia pizzeria qualche anno fa con i genitori – racconta il titolare Vincenzo – guardava incantato le immagini di Totò, lui adora il Principe della Risata. Frequentava ancora l’istituto alberghiero ma ogni volta che veniva qui ci contagiava con la sua curiosità e la sua voglia di fare. Con i suoi genitori è nato subito un feeling e appena ha terminato la scuola abbiamo deciso di dargli un’occasione». Un’occasione che diventa per Antonio il suo sogno. «Voleva lavorare all’interno di un ristorante e io non ho fatto altro che accoglierlo, il nostro ristorante si chiama Casa Caponi perché identifica un progetto familiare, una casa e Antonio è il componente principale della nostra famiglia». Sorrisi e spensieratezza ma poi l’emergenza Covid e le porte del ristorante che si sono chiuse costringendo Vincenzo, i suoi ragazzi e anche Antonio a restare a casa. Una mazzata. Per tutti ma per quel ragazzo con una sindrome down una vera doccia gelata. Ma Antonio non ha mai smesso di essere positivo: «Non vedeva l’ora di tornare al locale e quando abbiamo ricominciato, il suo sorriso e la sua voglia di rimettersi in gioco è stata contagiosa» . Vincenzo ammette che non sempre le sue giornate sono con il sorriso: «Portare avanti un’attività come questa non sempre è semplice, ci sono mille problemi da risolvere, poi ti volti e ti passa davanti Antonio che con un sorriso, un abbraccio e con una parola riesce a farti sorridere, ti alleggerisce la giornata, ha cambiato l’anima del locale». Mentre racconta e si racconta i suoi occhi diventano velati: «Questa non è una semplice esperienza di un imprenditore, ma una questione umana: non siamo noi che stiamo dando qualcosa ad Antonio ma è lui che lo sta dando a  noi». E lo sanno Roberta, Raffaele, Mirko e Luigi che ogni giorno condividono con Antonio la sala. Una storia che diventa anche un monito per tanti imprenditori: «Lanciare un appello affinché gli altri seguano il mio esempio non credo servirebbe, credo che non ci sia nemmeno bisogno, dovrebbe essere scontato: tutti meritiamo un’occasione, Antonio e come lui tantissimi altri ragazzi hanno bisogno solo di fiducia».

CRONACA