Castellammare, i boss del racket rischiano 50 anni di cella

Ciro Formisano,  

Castellammare, i boss del racket rischiano 50 anni di cella

Niente sconti di pena. La Procura boccia l’ipotesi di concordato e chiede la conferma integrale della sentenza di primo grado per boss, esattori ed affiliati della camorra stabiese. I protagonisti del processo “Olimpo” adesso rischiano di incassare, anche in appello, mezzo secolo di carcere complessivo per le estorsioni ai danni di imprenditori e commercianti ricostruite dalle indagini della Dda di Napoli. A 24 ore dalla sentenza di primo grado emessa dal tribunale di Torre Annunziata per il filone con rito ordinario, ieri si è celebrata l’udienza del procedimento abbreviato dinanzi ai giudici della Corte d’Appello di Napoli. L’accusa, respingendo l’ipotesi di concordato avanzata da diversi imputati attraverso i propri difensori, ha deciso di chiedere la conferma integrale delle pene inflitte – a luglio dello scorso anno – per gli 8 imputati alla sbarra. A cominciare dai 4 anni e mezzo per Teresa Martone, moglie del defunto padrino di Scanzano, Michele D’Alessandro e ritenuta una delle reggenti della cosca. Passando per i 5 anni e 10 mesi per Nicola Esposito, alias ‘o mostro, padrino del clan Cesarano attualmente detenuto al regime del 41-bis. E ancora i 5 anni e mezzo di carcere per Liberato Paturzo, il re degli appalti, l’imprenditore ritenuto legato mani e piedi ai D’Alessandro. A chiudere il cerchio anche la richiesta di conferma delle condanne per gli altri imputati: Francesco Afeltra (condannato a 4 anni e 6 mesi), Vincenzo Di Vuolo (6 anni), Aniello Falanga (6 anni e 4 mesi), Giovanni Gentile (5 anni e 4 mesi) e Raffaele Afeltra, ras di Pimonte noto come ‘o burraccione, condannato in primo grado a 5 anni e 4 mesi di reclusione. Il processo trae origine dall’inchiesta che a dicembre del 2018 ha portato alla luce l’esistenza di un patto tra i clan stabiesi per l’affare delle estorsioni. Un teorema confermato sinora dai processi. Nei vari gradi di giudizio ci sono state, infatti, 13 condanne e una sola assoluzione. Tra queste c’è anche una condanna definitiva: i 5 anni incassati da Giovanni Cesarano, luogotenente del clan di Ponte Persica e braccio armato, nel settore delle estorsioni, del boss Luigi Di Martino. Cesarano, condannato in primo grado nel processo con rito abbreviato, ha deciso di non presentare ricorso in Appello.

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