Trema la camorra di Castellammare, la cupola dei Cesarano rischia 100 anni di carcere

Ciro Formisano,  

Trema la camorra di Castellammare, la cupola dei Cesarano rischia 100 anni di carcere

Conferma delle condanne per boss ed esattori. Riduzioni di pena per soggetti di secondo piano e il riconoscimento della continuazione con altre sentenze per il braccio destro del padrino. E’ il succo della requisitoria d’Appello del processo “Isaia”, il procedimento che vede alla sbarra alcuni componenti della cupola del clan Cesarano. A meno di un anno dalla sentenza di primo grado con rito abbreviato (emessa a dicembre del 2020) ieri è entrato nel vivo il processo d’appello con le richieste di condanna della Procura. L’accusa ha chiesto ai giudici di confermare la i 20 anni di carcere per Luigi Di Martino, alias ‘o profeta, il boss detenuto al regime del 41-bis. Di Martino è l’assoluto protagonista dell’inchiesta imbastita dall’Antimafia nonché il regista – per l’accusa – della tentacolare ed asfissiante attività estorsiva messa in piedi dal clan sotto la sua reggenza nei territori di Castellammare e Pompei. Di Martino ha guidato la cosca dopo l’arresto di Nicola Esposito, alias ‘o mostro, anche lui finito al carcere duro. Chiesta la conferma dei 20 anni di cella per Aniello Falanga, esattore di punta del clan nonché braccio destro di Giovanni Cesarano, luogotenente di Di Martino nel settore delle estorsioni. Anche per Cesarano sono stati chiesti 20 anni con il riconoscimento, però, della continuazione con altre sentenze per estorsione emesse a suo carico nel corso di questi anni. La Procura ha chiesto di confermare anche i 7 anni e 4 mesi per Francesco Mogavero e i 15 anni per Claudio Pecoraro. Invocato dal pm il riconoscimento della continuazione con una precedente condanna per estorsione anche per Luigi Di Martino, alias ‘o cifrone, difeso dall’avvocato Francesco Schettino. Per Di Martino è stata richiesta una pena complessiva di 9 anni e 4 mesi di carcere. Pene da rideterminare al ribasso, secondo l’accusa, anche per Vincenzo Amita (2 anni e 4 mesi a fronte dei 2 anni e 8 mesi del primo grado), per Adelchi Quaranta (da 4 anni e mezzo a 3 anni e 7 mesi) e per Felice Barra (da 12 a 10 anni).  Gli imputati sono accusati, a vario titolo e con vari ruoli, dei reati di associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsione aggravata, detenzione di armi, associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e spaccio di droga. Ventisei capi d’imputazione in tutto. Un’inchiesta mastodontica, imbastita dal pm Giuseppe Cimmarotta e dalla guardia di finanza, che lambisce anche i presunti rapporti tra la camorra e i colletti bianchi. Un castello accusatorio che il collegio difensivo (composto dagli avvocati Massimo Autieri, Francesco Schettino, Antonio Cesarano, Antonio Marinaro e Renato D’Antuono) proverà a scalfire nella prossima udienza. Poi toccherà ai giudici della Corte d’Appello di Napoli emettere il verdetto di secondo grado.

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