Torre Annunziata. “Vendo il negozio, lascio la città per non pagare il doppio pizzo”

Giovanna Salvati,  

Torre Annunziata. “Vendo il negozio, lascio la città per non pagare il doppio pizzo”

Torre Annunziata. Gli occhi spenti che scrutano l’orizzonte e le labbra appiccicate ad una sigaretta consumata dal vento. Un sospiro profondo per mettere insieme i pensieri, i fili di una storia drammatica nella quale si riflettono i mille drammi di Torre Annunziata. “Ho dovuto chiudere il mio negozio di alimentari – ripete a denti stretti l’ex imprenditore – E’ stata una scelta difficile perché ho 56 anni e non vedo un futuro. Ma ho dovuto farlo”. Il male che ha ucciso quell’attività commerciale ha un nome: camorra. Un cancro che da decenni si annida nel cuore del tessuto sociale della città. Un male che crea metastasi incurabili quando si incrocia con il virus dell’omertà, della paura. Il suo negozio era un’attività storica, una di quelle tenute su grazie alle tradizioni di famiglia. Una passione tramandata di padre in figlio. Pochi metri quadrati, merce sempre di qualità e il sorriso all’accoglienza.  «Erano però altri tempi, la camorra c’era e chiedeva anche il pizzo ma non come oggi». Sì perché anche il racket si eredita a Torre Annunziata. «Il mio papà ha sempre pagato, e non mi vergogno a dirlo. Pagava un milione di lire in un anno. Nessuno gli sparava nelle vetrine o incendiava il negozio, nessuna bomba o pestaggio. Quando non poteva gli offriva in cambio dei prodotti e gli estorsori andavano via senza lamentarsi. È vero era assecondare la camorra ma si viveva tranquilli negli anni in cui i morti si contavano ogni giorno». Un racconto nudo e crudo, senza veli. Parole che però sono le stesse che ripetono da mesi i tanti imprenditori stritolati dal pizzo che hanno deciso di lasciare la città. «A me hanno sempre chiesto le tre rate fisse: a Natale, Pasqua e Ferragosto. E per un periodo ho pagato perché avevo paura ma ora non si può più- racconta disperato – Non solo chiedono il pizzo in tre rate ma con prezzi assurdi, a me hanno chiesto cinquemila euro, a fronte dei 1500 precedenti. Pretendono anche altro denaro come regalo per le famiglie dei detenuti. Follia. È impensabile. Dove li prendiamo tutti questi soldi? E se non glielo diamo ci inviano i loro scagnozzi ogni giorno per intimorirci. Se denunciamo ci hanno già avvertito che ci incendiano il locale». Disperato allarga le braccia mentre racconta il suo incubo. Un inferno uguale a tante altre storie di imprenditori del territorio. «Solo io ne conosco altri due con i quali mi sono confrontato e ai quali hanno chiesto altri 500 euro entro il 15 dicembre». Un nuovo tariffario, nuove richieste estorsive per un doppio pizzo. Ma quello che inquieta di più  é la ferocia con la quale i ragazzini esattori del pizzo, inviati dai soldati e capi storici, piombano nelle attività commerciali. «Non hanno paura di nulla, sono arroganti, armati e spietati. Portano le “imbasciate” dei loro capi e se non paghi il negozio viene distrutto». Promesse che vengono rispettate visto che in città tra bombe, stese e incendi il bilancio parla di qualcosa come 40 raid dall’inizio dell’anno. Numeri da bollettino di guerra. Un inferno che ha spinto via dalla città decine di imprese, impoverendo ancora di più il tessuto sociale della città. Imprese come quella di quel piccolo commerciante che ha deciso di scappare. «Ho chiuso la mia bottega questa estate, la camorra ha comprato il mio negozio per 27mila euro, una cifra illusoria ma non avevo alternative e mi hanno pagato subito ed in contanti. Ora mi sono trasferito. A Torre Annunziata siamo soli, lo Stato non ci protegge, abbiamo paura di denunciare e intanto la camorra continua a soffocarci».

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