Castellammare. Il pentito: «Dovevo uccidere Savarese, ma gli ho salvato la vita»

Tiziano Valle,  

Castellammare. Il pentito: «Dovevo uccidere Savarese, ma gli ho salvato la vita»

«Giovanni Savarese doveva morire. Se non è stato ucciso è perché io e Gaetano Vitale non siamo andati fino in fondo. E’ cresciuto con noi e gli volevamo bene, nonostante avesse sbagliato». Pasquale Rapicano, ex killer del clan D’Alessandro oggi pentito, ricostruisce in aula lo scenario camorristico a Castellammare di Stabia tra il 2011 e il 2012. Racconta di incontri con Pasquale Vuolo e Salvatore Imparato, ‘o paglialone, e dell’ordine di Scanzano di non fermare la scia di sangue fino a quando non si sarebbe consumata la vendetta contro tutti quelli che avevano fatto parte del gruppo degli Omobono-Scarpa e avevano partecipato agli omicidi di Antonio Martone e Giuseppe Verdoliva del 2004.«Dovevano essere uccisi Salvatore Polito e Raffaele Carolei, ma anche Giovanni Savarese doveva morire», dice Pasquale Rapicano che si è auto accusato dell’omicidio di Carolei. «Savarese aveva partecipato all’omicidio di Antonio Martone, ma il gruppo del centro antico gli fece capire che aveva sbagliato e così lui decise di restituire le armi a Massimo Scarpa (capo del gruppo Omobono-Scarpa) – ricorda il killer pentito – Quello era il segnale che Savarese stava per rientrare nel clan D’Alessandro, anche se in realtà Scanzano non l’ha mai perdonato».Tant’è vero che secondo il racconto del collaboratore di giustizia sono proprio lui e Gaetano Vitale a ricevere l’ordine di fare fuori Savarese, alias “cicchiello”: «Proponemmo di coinvolgerlo nell’omicidio di Carolei, in modo da fargli prendere fiducia nei nostri confronti e poi ammazzarlo al momento giusto – dice Rapicano – Ma Savarese era uno furbo».

Qui il collaboratore di giustizia spiega che qualche tentativo di provare a fare fuori “cicchiello” fu fatto, ma che il ras non era proprio uno semplice da ammazzare senza fare rumore: «Quando aveva qualche appuntamento lasciava sempre detto alla sorella dove stava andando e quando si spostava non lo faceva mai da solo – svela Rapicano – Anche per l’omicidio Carolei fu lui a decidere di portarsi dietro Giovanni Battista Panariello, proprio per evitare che potessimo tendergli una trappola».Ma come ha spiegato più volte nel corso degli interrogatori resi davanti ai magistrati dell’Antimafia, il clan D’Alessandro può contare su più gruppi di fuoco e anche altri affiliati alla cosca di Scanzano stavano progettando l’agguato nei confronti di Savarese per accreditarsi agli occhi del clan. «Una volta sono stato io stesso a dirgli di fare attenzione perché volevano farlo fuori appostandosi sui balconi per colpirlo all’interno della casa», racconta Rapicano che in fondo quella sentenza di morte non voleva eseguirla «io e Gaetano Vitale abbiamo preso tempo, lui non era uno facile da incastrare ma noi non abbiamo mai veramente voluto affondare il colpo».Un retroscena di camorra venuto fuori dal processo sul delitto di Raffaele Carolei, che invece sarebbe stato ucciso proprio dai fratelli Rapicano, Vitale e da Savarese, come raccontano i collaboratori di giustizia.

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