Camorra, niente sconti al boss sanguinario del clan Birra: resta al 41-bis

Alberto Dortucci,  

Camorra, niente sconti al boss sanguinario del clan Birra: resta al 41-bis
Il boss Stefano Zeno

Ercolano. Niente sconti al sanguinario boss Stefano Zeno, il collezionista di ergastoli per gli omicidi portati a termine dai killer del clan Birra durante gli anni di piombo della faida con gli Ascione-Papale: il capo della Cuparella – insieme al padrino Giovanni Birra, alias ‘a mazza – si è visto prorogare di due anni il regime di carcere duro a cui era stato sottoposto dal ministero della giustizia. Un provvedimento impugnato dalla difesa dello spietato padrino di Ercolano fino alla suprema corte di cassazione, ma senza risultato. Per gli ermellini Stefano Zeno resta pericoloso e la revoca del 41-bis potrebbe consentire al pluri-ergastolano di tornare a guidare, a dispetto della reclusione, la cosca.

L’ultimo verdetto

La decisione dei giudici della settima sezione penale – presidente Vincenzo Siani – arriva a 8 mesi dal verdetto con cui il tribunale di sorveglianza di Roma aveva rigettato il primo ricorso degli avvocati di Stefano Zeno, confermando la proroga del regime di isolamento. Con argomentazioni ritenute insufficienti dai legali del sanguinario boss. Di parere contrario, invece, gli ermellini di Roma. Pronti, all’interno delle 5 pagine di motivazioni della sentenza, a mettere in fila il curriculum criminale di Stefano Zeno – condannato a svariati ergastoli per camorra, droga, omicidio, estorsioni e armi – e la «stretta attualità» del ruolo verticistico del 55enne all’intero dell’organigramma criminale del clan Birra.

Le ultime condanne

Una tesi «dimostrata» attraverso le condanne incassate dal padrino della Cuparella tra il mese di novembre del 2018 – ergastolo per omicidi e armi – e il mese di luglio del 2020, prova evidente «dell’inesistenza di elementi sopravvenuti in grado di fare fondatamente ritenere un mutamento del ruolo e della posizione di Stefano Zeno nell’organizzazione camorristica di appartenenza». Non solo: secondo gli ermellini, il capoclan – durante la già lunga detenzione al carcere duro – non avrebbe dato prova di alcuna resipiscenza o ravvedimento dai propri errori. Di qui, la decisione di dichiarare inammissibile il ricorso presentato dagli avvocati del boss e di condannare il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di 3.000 euro in favore della cassa delle ammende.

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