Castellammare, il killer pentito ai pm: «Vi racconto 30 anni di camorra»

Ciro Formisano,  

Castellammare, il killer pentito ai pm: «Vi racconto 30 anni di camorra»

A sedici anni faceva già parte del clan D’Alessandro, custodendo le armi dei killer impegnati nella guerra di camorra. A 38, invece, ha partecipato all’omicidio di Raffaele Carolei, strangolato e fatto sparire nel nulla per ordine dei boss di Scanzano nel 2012. In mezzo 30 anni di storia, un buco nero che va dal 1990 al 2020, l’anno del suo pentimento. Pagine buie sulle quali potrebbe fare oggi luce Catello Rapicano, l’ultimo collaboratore di giustizia della camorra di Castellammare di Stabia. Nell’ultima udienza del processo per l’omicidio di Carolei, Rapicano ha reso la sua prima deposizione da pentito in un’aula di tribunale. Lo ha fatto confermando la sua partecipazione al massacro dell’uomo legato agli Omobono-Scarpa, ucciso nell’ambito della guerra tra i D’Alessandro e la cosca emergente che voleva spodestare i padrini di Scanzano. Un racconto zeppo di dettagli, partito però da un importante premessa. Rispondendo alle domande del pubblico ministero Giuseppe Cimmarotta, infatti, Rapicano ha svelato la genesi della sua carriera criminale. Una carriera cominciata ad appena sedici anni. «Signor giudice ho fatto parte del clan D’Alessandro già da quando ero piccolo, mantenevo le armi per Gaetano Martinelli. Era tra il 1990 e il 1992». Gli anni della guerra tra i D’Alessandro e la cosca di Mario Umberto Imparato, gli anni dei delitti eccellenti. E soprattutto gli anni di uno degli omicidi irrisolti sui quali, proprio dal 2020, ha riacceso i riflettori l’Antimafia. Parliamo del delitto costato la vita all’ex consigliere comunale del Pds, Sebastiano Corrado, ucciso l’11 marzo del 1992 da due killer in sella ad una moto in via Virgilio. Non a caso la notizia della riapertura ufficiale del fascicolo è arrivata pochi mesi dopo il pentimento di Catello e Pasquale Rapicano, i due fratelli che facevano parte del gruppo del clan con base nel centro antico di Castellammare di Stabia. Catello Rapicano potrebbe essere il grimaldello degli inquirenti per aprire lo scrigno dei misteri dei D’Alessandro e assestare il colpo, forse fatale, ad una cosca messa in ginocchio dagli arresti degli ultimi anni. Dal 2017 ad oggi sono circa 200 i boss, gli affiliati e i sicari arrestati in seguito alle inchieste della Dda. E quasi tutti i processi innescati da quelle indagini (salvo pochissime eccezioni) hanno prodotto sentenze di condanna nei vari gradi di giudizio. Catello Rapicano, autodefinitosi custode delle armi del clan negli anni ‘90, potrebbe essere a conoscenza dei nomi di sicari e mandanti di delitti non ancora risolti degli ultimi decenni. Ma potrebbe aiutare gli inquirenti anche a riannodare i fili di altre indagini aperte. Al pari di suo fratello, infatti, Rapicano ha detto di aver commesso l’omicidio Carolei, ma anche di aver messo le mani in altri affari. Come lo spaccio e le estorsioni ai danni dei commercianti.

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