Droga dello stupro: 5 a processo, c’è l’ex manager dell’hub vaccini di Boscotrecase

Andrea Ripa,  

Droga dello stupro: 5 a processo, c’è l’ex manager dell’hub vaccini di Boscotrecase

Gestiva insieme ad altre 4 persone il business dello spaccio della “Roma bene”. Era una delle figure apicali della holding della droga dello stupro, smantellata tra la fine del mese di ottobre e l’inizio di novembre dalla procura di Roma. Per Rosa Trunfio, ex manager dell’hub vaccinale di Boscotrecase, la procura di Roma ha chiesto e ottenuto il processo immediato. Per lei e per altre 4 persone coinvolte nell’inchiesta coordinata dalla magistratura capitolina e portata avanti dai carabinieri del Nucleo Antisofisticazione romano che a fine ottobre riuscirono ad arrestare ben 39 persone. Tra le persone finite a giudizio anche Danny Beccaria, il 32enne ritenuto essere dalla procura il capo dell’intera organizzazione per lo smercio di droga nei locali vip di Roma. Gli stupefacenti erano riservati a professionisti e politici romani, la vendita avveniva nei locali notturni – come il Frutta e Verdura a San Paolo – individuato dal gip Roberto Saulino come uno dei punti vendita gestiti da Beccaria, la complice Clarisa Capone e l’odontoiatra napoletana Rosa Trunfio appunto. Una persona molto nota a Boscotrecase. La dottoressa prima di finire in manette ha gestito per mesi l’hub vaccinale nella palestra dell’Istituto comunale Cardinal Prisco della città vesuviana, a lei era anche affidato il controllo della stanza degli abbracci nel Covid hospital della città. Il prossimo 18 gennaio inizierà il primo dei processi romani sulle nuove droghe, cinque le persone alla sbarra. Ma non c’era solo Roma nelle mire della banda, perché la droga – attraverso l’utilizzo del dark web – veniva importata dall’Olanda e venduta in tutta Italia attraverso spedizioni. I corrieri trasportavano plichi in tutta Italia senza sapere cosa ci fosse dentro mentre i capi della banda reinvestivano i proventi del traffico sempre in bitcoin. In base a quanto ricostruito dagli inquirenti, l’organizzazione era divisa in due gruppi: uno si occupava di rifornire le comunità etniche fra viale Marconi e Monteverde Nuovo, spacciando principalmente shaboo, mentre l’altro gruppo, con a capo Beccaria, gestiva lo spaccio della Ghb, la “droga dello stupro” per i clienti italiani. Per 100 ml di sostanza stupefacente i clienti, tra cui anche un medico e un professore universitario, erano disposti a spendere fino ad 800 euro. Per le ordinazioni venivano utilizzati dei termini in codice: “acqua” era il nome con cui veniva chiamata la Ghb, ma spesso venivano usati termini come “Gilda” e “Mafalda”. L’indagine era partita dopo l’arresto di una donna di nazionalità cinese nell’ottobre del 2020. Venne fermata alla stazione Termini con shaboo per un valore di circa 20 mila euro. Le droghe sintetiche venivano fornite da una “grossista” cinese, con base in Toscana, che organizzava il trasporto e la consegna fino a Roma dello stupefacente. In particolare, la sostanza arrivava nella Capitale, tramite corrieri cinesi, che utilizzavano alternativamente mezzi ferroviari o autovetture a noleggio, vestiti con abiti firmati per non destare sospetti. Le indagini hanno svelato l’esistenza, in Italia, di “centri d’importazione”, il più importante dei quali operativo proprio a Roma.

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