Torre Annunziata, il boss Gionta regista della faida dal 41-bis: «So chi vuole ucciderci»

Ciro Formisano,  

Torre Annunziata, il boss Gionta regista della faida dal 41-bis: «So chi vuole ucciderci»

Da quasi vent’anni la sua casa è una gabbia di cemento di pochi metri quadrati nella quale non entra mai un raggio di sole. Sepolto vivo al 41-bis, il temutissimo carcere duro. Eppure, tra le pieghe di quel volto segnato dal tempo, non c’è l’ombra di un rimorso. Anzi, quando il suo sguardo incrocia quello di sua figlia nel parlatorio del carcere di Sassari, la folle fiamma della camorra torna a bruciare nei suoi occhi. Un fuoco mai sopito che Valentino Gionta, il sanguinario padrino di Torre Annunziata, ha tenuto acceso per trentasette lunghissimi anni. Continuando a comandare, continuando a gestire le fila del clan che lui stesso ha fondato e battezzato. Continuando a impartire ordini a figli, nipoti, parenti e affiliati. Quello che fino a ieri era solo un fantasma della camorra che lo Stato sembrava aver intrappolato per sempre, ritorna oggi tra le pagine dell’inchiesta che ha travolto la nuova e la vecchia cupola dei Valentini. Gionta è ancora il padrino e a lui spetta sempre «l’ultima parola» sulle strategie della cosca e persino sugli omicidi da realizzare per spazzare via «chi ha leso il prestigio dell’organizzazione». Un ritratto che viene fuori da un’informativa dell’Antimafia finita agli atti dell’inchiesta. Certezze, quelle della Dda, che si fondano sulle indagini legate alla terribile guerra che da oltre un anno tiene in scacco la città. Una guerra che vede da un lato gli eredi di don Valentino e dall’altro i nuovi boss del “Quarto Sistema”. Una guerra nella quale il padrino sepolto vivo ha giocato un ruolo importante. La “prova” del coinvolgimento di Gionta negli affari del clan è in un’intercettazione ambientale nel parlatorio del super carcere di Sassari dove è detenuto. E’ il dodici aprile del 2021, quel vecchio capoclan di sessantotto anni è seduto davanti al vetro antiproiettile mentre prova a sfiorare l’ombra della mano di sua figlia, Teresa. E’ trascorso un anno dall’inizio della guerra, dall’agguato del maggio del 2020 ai danni di Giuseppe Carpentieri, il marito di Teresa, uscito dal carcere dopo 26 anni. Un agguato messo a segno, secondo gli inquirenti, dai killer del nuovo clan. Il padrino sa tutto. E quell’incontro fa seguito a una esplicita richiesta inviata proprio a Teresa. «Papà mi vuole vedere», dice la figlia del boss un mese prima in un’intercettazione. Con lei, al colloquio, c’è anche il nipote omonimo del boss, Valentino Gionta. Il padrino pensa, sorride. Chiede alla figlia se quelli «là si sono fatti sentire». «Quelli là» sarebbero i Gallo, ai quali secondo la Dda spettava il compito di punire i nuovi boss per l’agguato a Carpentieri nell’ambito del patto di non belligeranza tra le due cosche eterne rivali. Poi una frase che nasconde mille significati. «Io tengo la copia dei processi. E la ci sta chi diceva che gli piaceva fare quella cosa. Ci sta proprio nome e cognome», dice il padrino. Le carte processuali, secondo gli inquirenti, sono gli atti di una vecchia inchiesta del 2007 sul clan Gallo. Indagine dalla quale sarebbe emersa la volontà dei rampolli oggi alla guida del Quarto Sistema di ammazzare «a Pasquale». «Pasquale» è Pasquale Gionta, il figlio del padrino che i nemici volevano uccidere con un fucile di precisione. Un piano fotocopia rispetto a quello che solo per caso non è costato la vita a Carpentieri. Per i pm non ci sono dubbi. Quelle parole del boss rappresentano il via libera alla guerra. Un mandato di morte dal carcere duro. L’ennesima sentenza emessa dal quel vecchio padrino che nemmeno il 41-bis è riuscito a salvare da sé stesso.

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