Ucciso sul sagrato della chiesa, una pusher pentita ha incastrato i 4 killer di Torre Annunziata

Ciro Formisano,  

Ucciso sul sagrato della chiesa, una pusher pentita ha incastrato i 4 killer di Torre Annunziata

«Su di me hanno emesso una condanna a morte. I Gionta vogliono ammazzarmi. Per questo ho deciso di collaborare con la giustizia. Vi racconto tutto. Voglio salvare me e la mia famiglia». E’ il sedici ottobre quando quella donna si presenta alle porte del commissariato di Torre Annunziata. «Vi dico tutto quello che so sull’omicidio di Francesco Immobile», ripete davanti allo sguardo stupito degli agenti. I suoi verbali rappresentano il punto di svolta dell’inchiesta che martedì mattina ha portato dietro le sbarre tre dei quattro presunti assassini dell’uomo massacrato davanti al sagrato della chiesa di Sant’Alfonso il 12 settembre scorso. Una “pentita” finita al centro di questa storia per puro caso. Una donna dei vicoli inghiottita nel vortice della camorra. Un racconto che svela quanto sia facile, a Torre Annunziata, diventare soldati dei clan. Tutto comincia quando alcuni pusher avevano sfrattato la donna dalla sua abitazione in seguito a una “banale” lite di vicinato con altri soggetti. «Mi rivolsi alla famiglia Pallonetto per chiedere aiuto e loro mediarono su questa situazione», il succo della dichiarazione resa dalla donna. Ma la camorra non fa mai niente per niente. «In cambio mi chiesero di fare la vedetta per lo spaccio. Dovevo stare fuori al vicolo di casa mia dalle 11 del mattino alle 3 di notte. Dovevo solo avvisare i tossici che non dovevano uscire quando in giro c’era la polizia. Dovevo solo dire “stanno i carruba”». Un “lavoro” andato avanti per 4 o 5 mesi di fila, senza soste. «Mi davano 20 o 50 euro al giorno», dice la collaboratrice di giustizia. E proprio durante questa attività la donna ha assistito a ciò che è accaduto la sera prima dell’omicidio di Francesco Immobile nei pressi dell’abitazione di uno degli indagati. E in particolare dell’atteggiamento “sospetto” di Pietro Pallonetto e Alfredo Longobardi, entrambi arrestati per questa vicenda assieme a Ciro Coppola (Alfredo Mas, il quarto sospettato, è ricercato). E proprio quella sera la donna ha detto di aver visto i due completamente vestiti di nero in sella ad un motorino che avevano fatto intestare proprio a lei: il famoso Honda Sh 300 usato dai killer per uccidere Immobile. Ma c’è di più. La collaboratrice dice di aver assistito ad una scena fondamentale secondo gli investigatori. «Mi sono avvicinata al cancello d’ingresso che ha una rete ma con dei buchi che consentono di vedere all’interno e ho visto Pietro Pallonetto che teneva in mano una pista grigia che stava scarrellando perché ho sentito il rumore». Quella pistola, per l’accusa, sarebbe una delle due armi usate dai sicari vicini ai Gionta per uccidere l’uomo massacrato sul sagrato della chiesa di Sant’Alfonso. Il giorno dopo la donna racconta di aver visto di nuovo i due sospettati, poche ore dopo il delitto del 12 settembre. «Erano vestiti in maniera diversa», dice agli inquirenti.  La donna ha anche riconosciuto Mas, Pallonetto e Longobardi nelle immagini della videosorveglianza recuperate dalla polizia nel corso delle indagini. La collaboratrice ha anche offerto altri importanti riscontri all’attività degli inquirenti, riconoscendo le scarpe indossate dai killer il giorno del delitto e i tatuaggi degli indagati. E ancora Pallonetto e Longobardi che puliscono il motorino poco dopo il massacro, mentre gettano – dice la donna – alcuni guanti monouso in un tombino. La collaboratrice, preoccupata dal fatto che quel motorino potesse essere stato usato per l’omicidio, chiede chiarimenti. «Non fare domande altrimenti ti torco la testa», la minaccia che le sarebbe stata rivolta dai Pallonetto. La donna racconta di aver chiesto, a questo punto, di uscire dal giro dello spaccio. Una richiesta capace di innescare quella che la collaboratrice definisce una vera e propria condanna a morte. «Ho saputo che i Gionta mi avevano dato una sentenza di morte», racconta. Dichiarazioni riscontrate, secondo gli inquirenti, da ulteriori accertamenti eseguiti dalla polizia di Stato. Indizi posti alla base del decreto di fermo eseguito martedì che ha portato dietro le sbarre i sospettati, accusati di aver ucciso Immobile nell’ambito della guerra tra il clan Gionta e i Gallo-Cavalieri. Questa mattina è in programma l’udienza di convalida del fermo. E in quella sede Coppola e Pallonetto avranno la possibilità di difendersi dalle gravissime accuse mosse nei loro confronti dai magistrati.  @riproduzione riservata

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