Il piano dei Cesarano per conquistare 3 città, racket anche sulla cocaina: «Un euro per ogni grammo venduto»

Ciro Formisano,  

Il piano dei Cesarano per conquistare 3 città, racket anche sulla cocaina: «Un euro per ogni grammo venduto»

Il piano del boss Luigi Di Martino era chiaro: i Cesarano, sotto la sua guida, dovevano ampliare i loro confini. Arrivando ad estendere il proprio dominio criminale dalla periferia di Castellammare alla provincia di Salerno, da Pompei a Scafati. Un progetto ambizioso quello del “profeta” della camorra stabiese che aveva come fulcro il business delle estorsioni, il marchio di fabbrica della cosca di Ponte Persica. Racket su tutto, dai negozi alle slot machine. Racket persino sullo spaccio di sostanze stupefacenti. Al punto che il padrino oggi detenuto al regime del 41-bis avrebbe chiesto ai suoi soldati di imporre una tangente da 1 euro per ogni grammo di cocaina venduto sul territorio di Scafati. E’ uno dei retroscena che emergono dalle pagine dell’inchiesta che nei giorni scorsi ha travolto tre clan: i Cesarano, i Matrone e i Ridosso. Tre cosche attive nella cerniera che divide la provincia di Napoli e Salerno. Tre clan pronti a tutto pur di mettere le mani sul monopolio delle attività illecite e allargare i propri business criminali. Tra le accuse contestate al boss di Castellamamare c’è, infatti, anche il tentativo – poi fallito – di imporre il pizzo a una delle famiglie di pusher attive sul territorio di Scafati. Secondo l’Antimafia Luigi Di Martino aveva un piano: riempire il vuoto di potere aperto a Scafati dall’indebolimento del clan Ridosso-Loreto. E per legittimare il proprio dominio sul territorio avrebbe imposto la “tassa” sullo spaccio. In un summit avvenuto a Santa Maria la Carità, Giovanni Cesarano e Raffaele Belviso, ritenuti due uomini di fiducia di ‘o profeta, avrebbero affidato l’incarico di riscuotere questa tangente ad Andrea Spinelli, un giovane affiliato oggi pentito che per qualche mese ha raccolto le estorsioni per conto dei Cesarano a Scafati. E sarebbe stato lo stesso Giovanni Cesarano, sostiene l’Antimafia, a chiedere allo spacciatore di corrispondere la tangente al clan nel dicembre del 2016. I soldi, secondo la richiesta di Cesarano, dovevano essere consegnati dalla vittima all’interno del bar Kimera di Pompei, l’attività commerciale sequestrata su richiesta dell’Antimafia perché ritenuta indirettamente gestita proprio da Cesarano, già condannato in via definitiva per il reato di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Il piano di espansione dei Cesarano a Scafati si è però arenato grazie alle numerose inchieste che negli ultimi 4 anni sono state in grado di decapitare la cupola del clan, portando all’arresto di tutte le figure di vertice dell’organizzazione (l’ultimo è Vincenzo Cesarano, alias ‘o mussone, cugino del padrino Ferdinando Cesarano e ritenuto l’attuale reggente del clan). Il fatto che Luigi Di Martino avesse mire espansionistiche in provincia di Salerno è già emerso anche dalle inchieste che hanno documentato i rapporti tra il boss e alcuni gruppi criminali di quella zona. Legami ai quali spesso si sono intrecciati anche i padrini dell’Alleanza di Secondigliano, la mega-federazione criminale guidata dalle famiglie storiche della camorra napoletana. Clan di cui Di Martino, secondo i pm, era uno dei più importanti interlocutori.

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