Affari con la camorra a Torre del Greco: Vaccaro gioca il «jolly» al processo-bis

Alberto Dortucci,  

Affari con la camorra a Torre del Greco: Vaccaro gioca il «jolly» al processo-bis
Carabinieri a palazzo Baronale (foto da archivio)

Torre del Greco. La complessità dei motivi d’appello contro la sentenza di condanna a 10 anni di reclusione firmata dai giudici del tribunale di Torre Annunziata «frena» il processo-bis a carico di Ciro Vaccaro, l’imprenditore finito in manette a giugno del 2019 con l’accusa di essere stato il gancio della camorra all’interno del Comune: un «rinvio tecnico» per consentire ulteriori approfondimenti sull’intreccio tra politica e clan all’ombra del Vesuvio prima del verdetto di secondo grado. Un supplemento istruttorio relativo, in particolare, a una vecchia sentenza capace di smantellare – secondo la tesi della difesa del cinquantacinquenne di largo Costantinopoli – il castello accusatorio costruito intorno alle «rivelazioni» dei collaboratori di giustizia.

Il «caldo» febbraio

Il mese della verità per Ciro Vaccaro – all’epoca dei fatti riferimento locale dell’impresa incaricata delle pulizie all’interno degli edifici comunali e non solo – sarà febbraio 2022. Quando, a distanza di due settimane, andranno «in scena» prima la requisitoria del procuratore generale Rosa Annunziata – arrivata a Napoli proprio dalla procura di Torre Annunziata – e poi la discussione difensiva dell’avvocato Antonio Di Martino. L’ex titolare del circolo ricreativo di largo Costantinopoli si è sempre professato innocente e punta a dimostrare – proprio attraverso una vecchia sentenza, in pratica il «jolly» per riuscire a ribaltare la stangata di primo grado – lo «scambio di persona» nelle ricostruzioni dei pentiti. Ovvero di essere stato erroneamente identificato nello «scupator» a cui viene attribuito il ruolo di riferimento della camorra in Comune.

La tesi dell’Antimafia

Di parere diametralmente opposto la Dda di Napoli, secondo cui Ciro Vaccaro – oggi sottoposto ai domiciliari e alla sbarra per concorso esterno in associazione mafiosa e estorsione aggravata – avrebbe assunto un ruolo apicale nella raccolta delle tangenti per conto della camorra, in particolare per i boss dei clan Falanga, Papale e Di Gioia. Per l’accusa Vaccaro avrebbe «finanziato» la camorra: una tesi fondata sui racconti dei collaboratori di giustizia sentiti nell’ambito delle indagini e anche sulle dichiarazioni controverse di alcuni imprenditori che per l’Antimafia avrebbero pagato la tassa al clan attraverso Vaccaro. Accuse pagate in primo grado con una condanna a 10 anni.

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