Badante uccisa a Torre Annunziata, la follia dell’assassino: «Le ho sparato per salvare mia sorella»

Giovanna Salvati,  
Ciro Formisano,  

Badante uccisa a Torre Annunziata, la follia dell’assassino: «Le ho sparato per salvare mia sorella»

«L’ho uccisa perché credevo che volesse far morire mia sorella. Ho aperto la cassaforte, ho preso la mia pistola. Poi sono andato in cucina e ho sparato 4 volte. Alla fine ho aspettato l’arrivo dei carabinieri». E’ curvo sulla sedia Pellegrino Reibaldi, mentre stringendo tra le mani il cappello marrone racconta al pubblico ministero la sua verità. Parole che diventano immagini, flash di quegli interminabili attimi di follia che martedì pomeriggio hanno spinto l’ex professore ottantunenne a uccidere Maria Baran, la badante ucraina di sessantasette anni che si prendeva cura di sua sorella. L’ex docente di matematica del liceo Croce di Torre Annunziata ha confessato tutto già pochi minuti dopo il delitto. E ha provato a spiegare le ragioni di quel folle gesto nel lungo interrogatorio – durato 4 ore – svolto nella caserma dei carabinieri di via dei Mille. A cominciare dalle frizioni e i dissidi con la donna, accusata di non prendersi cura di sua sorella allettata (anche lei ex docente). «Non la aiutava con le terapie e poi le dava troppo da mangiare», la folle giustificazione dell’indagato che da martedì sera si trova recluso nel carcere di Poggioreale per l’accusa di omicidio volontario. Reibaldi ha detto ai pm che il litigio di martedì pomeriggio ha rappresentato l’apice di una lunga serie di discussioni tra i due. L’uomo avrebbe imputato alla badante anche la scomparsa di alcuni «generi alimentari» dalla dispensa di famiglia. Liti che avrebbero avvelenato il clima in quell’abitazione al decimo piano di via Gambardella. Al punto che al termine delle varie discussioni la sorella dell’ex professore si sarebbe più volte sentita male. «Ho pensato che lo facesse apposta perché voleva farla morire. Allora mi sono detto: adesso ti uccido io», le parole dell’indagato. Frasi che sono lo specchio di una tragedia difficile da spiegare e impossibile da comprendere. Come è impossibile immaginare gli istanti che hanno preceduto il delitto. Reibaldi ha raccontato agli inquirenti di aver aperto la cassaforte della sua camera da letto nella quale teneva custodita la pistola (l’anziano aveva un regolare porto d’armi). Ha inserito i proiettili nel caricatore e si è diretto in cucina dove Maria Baran stava lavando i piatti. «Ho sparato tre, quattro volte. Non ricordo di preciso», le parole dell’indagato. Su questo dettaglio saranno importanti gli esiti dell’autopsia disposta dalla Procura (esami che dovrebbe svolgersi nella giornata di oggi). Prima dell’arrivo dei carabinieri l’uomo ha smontato la pistola usata per il delitto e l’ha lasciata sul suo letto. Ha riempito la sua bustina di medicinali aspettando di essere arrestato. E’ stato lui ad aprire la porta alle forze dell’ordine, ammettendo sin dal primo momento le sue responsabilità davanti al cadavere della povera Maria Baran. Oggi l’udienza di convalida del fermo. La difesa, rappresentata dall’avvocato Renato D’Antuono, chiederà una misura cautelare alternativa, vista l’età dell’uomo e le sue condizioni salute. Tra le ipotesi anche la possibilità di un ricovero, nei prossimi giorni, in una struttura specializzata.

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