Bimbo annegato a Torre del Greco, lo sfogo del papà: «Ada aveva pianificato tutto»

Alberto Dortucci,  

Bimbo annegato a Torre del Greco, lo sfogo del papà: «Ada aveva pianificato tutto»
La spiaggia della tragedia

Torre del Greco. «È stata un’azione premeditata. Quando l’ho vista in acqua con mio figlio, subito ho pensato che avesse ucciso il bambino». Non ha dubbi il marito di Adalgisa Gamba, la mamma-assassina ora rinchiusa dietro le sbarre del carcere femminile di Pozzuoli con l’accusa di omicidio volontario del piccolo Francesco. Ascoltato dai carabinieri della caserma Dante Iovino – alla presenza del pubblico ministero Andreana Ambrosino della procura di Torre Annunziata, a capo delle indagini sull’orrore sulla scogliera in località La Scala – l’uomo dipinge un raccapricciante ritratto degli ultimi mesi della quarantenne conosciuta da tutti come «una persona riservata e tranquilla». Ma, dietro l’apparente «normalità» della famiglia di via Anzio, qualcosa si era rotto a causa dell’ossessione della donna per l’autismo di cui temeva potesse essere affetto il suo secondogenito.

Il campanello d’allarme

«Sono sposato con Adalgisa Gamba dal 2009 e non aveva mai avuto problemi di natura psichica – la premessa del quarantottenne – Ultimamente avevo notato una certa stanchezza, ma niente di straordinario. Nell’ultimo mese, mia moglie era particolarmente preoccupata che nostro figlio avesse qualche problema di apprendimento». Un campanello d’allarme ignorato dall’uomo, disoccupato da vari anni e descritto dal gip Fernanda Iannone del tribunale di Torre Annunziata «come praticamente dedito a meri approvvigionamenti dalla dispensa nonché ai non meglio specificati impegni quotidiani, di fatto assente dalla vita dei figli e in particolare del piccolo Francesco». Non a caso, l’uomo durante la notte dormiva solitamente con la figlia di 7 anni e lasciava il piccolo di due anni e mezzo solo con la mamma. E il giorno della tragedia aveva accompagnato la primogenita – intorno alle 11.30 – a casa delle cugine. Poi il pranzo e la visita pomeridiana – insieme al fratello – alla madre. Al rientro all’interno dell’appartamento di famiglia, intorno alle 20, Adalgisa Gamba già era uscita con il piccolo Francesco.

L’atroce dubbio

Un comportamento insolito, perchè – come riferito al pm – la donna era molto abitudinaria e il bambino, durante l’inverno, usciva solo al mattino. «Ho avuto subito il presentimento che fosse successo qualcosa – racconta l’uomo – e ho chiamato mio fratello per segnalare la scomparsa di mia moglie al commissariato di polizia». Poi l’inizio delle ricerche, prima lungo le strade del centro storico di Torre del Greco e poi al porto. Fino alla spiaggia del lido Gabbiano, dove Adalgisa Gamba – le parole messe a verbale dal marito – non era mai stata in passato: «Quando l’ho vista – la drammatica ricostruzione dell’uomo – si trovava sotto la scogliera con l’acqua fino al collo e aveva mio figlio tra le braccia, immerso in mare. L’ho afferrato per salvarlo, ma non ce l’ho fatta: l’aveva certamente premeditato e ha aspettato che non fossi in casa». Parole pesanti come macigni, un atto d’accusa capace di scacciare l’ipotesi del «raptus» già al vaglio della difesa della quarantenne. «Mentre eravamo in acqua, alla mia richiesta di spiegazioni, lei ha finto che l’avessero rapita degli sconosciuti e successivamente rapinata – sottolinea l’uomo, confermando la versione dei primi baby-soccorritori pronti a tuffarsi in mare per provare a salvare il piccolo Francesco – Ha inoltre aggiunto che le avevano sbottonato anche il pantalone, ma non l’avevano violentata». Lucide menzogne per «coprire» l’agghiacciante omicidio di un figlio definito «brutto» nelle chat whatsapp con il marito e per cui arrivava – a causa dei continui pianti del bambino – a invocare la morte: «O vogliamo farlo schiattare e magari si toglie il vizio».

Una famiglia distrutta

Insomma, secondo il marito di Adalgisa Gamba, non ci sono dubbi sulla tragedia sulla scogliera: «Per come sono andati i fatti, lo ribadisco, sono fermamente convinto che la cosa sia stata premeditata – conclude il quarantottenne -. Ripeto, una serie di circostanze me lo fanno pensare e per questo non esiste pena che renda giustizia a mio figlio. Così facendo lei ha distrutto tutta la nostra famiglia». Una famiglia apparentemente «normale» spezzata in due dal tarlo dell’ossessione di una malattia mai diagnosticata dai medici.

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