«Mio fratello è morto sulla Costa Concordia, ma non odio il comandante Schettino»

Salvatore Dare,  

«Mio fratello è morto sulla Costa Concordia, ma non odio il comandante Schettino»

Per oltre mille giorni ha atteso che lo scheletro sommerso della Costa Concordia gli restituisse le spoglie dell’amato fratello, Russel Rebello, cameriere sulla nave affondata all’isola del Giglio. «Sembra ieri, ricordo tutto nei minimi particolari. ​È stata una prova durissima. Rischiava di essere una trappola che poteva rovinarmi la vita. Ma alla fine ne sono uscito più forte». Da quella maledetta notte del 13 gennaio 2012 sono passati già dieci anni. Dieci anni di processi, indagini, dolori, ferite profonde, anche polemiche. Ma Kevin Rebello è comunque andato avanti tanto da trovare la forza di tornare su quegli scogli che, poche ore dopo il naufragio, raggiunse in tutta fretta dalla “sua” Milano con una borsa piena di vestiti puliti da consegnare al fratello: «Gli presi pure qualcosa da mangiare in autogrill nella speranza di potergli dare tutto il prima possibile» ricorda Kevin. Purtroppo, però, non ci fu nulla da fare. Quel ragazzo di 31 anni dal cuore grande e col sorriso innocente fu inghiottito dal mare appena la nave si ribaltò, ma solo dopo aver aiutato alcuni passeggeri a salire sulle scialuppe e salvarsi. Una vita spezzata troppo presto, una delle 32 morti che la magistratura imputa al comandante Francesco Schettino, che sta scontando la condanna definitiva a 16 anni nel carcere di Rebibbia. «Non lo odio né sono io a doverlo giudicare – spiega Rebello – Sono sereno e non ho preconcetti verso chicchessia. Con il capitano ho anche parlato diverse volte, pure quando si stava per costituire in carcere. Su quel che è accaduto cerco di essere neutrale. La mia unica priorità, la cosa che davvero era importante, era ritrovare Russel. Quando abbiamo recuperato i resti di mio fratello e l’abbiamo riportato in India è finito tutto, a quel punto ho ritrovato la mia pace. Questo per me contava davvero, il resto va in secondo piano». Parole assai forti, che possono suonare anche “strane” pensando a tanti che tuttora – pure sui social network – non lesinano attacchi durissimi a Schettino. «Provo sempre rispetto per la persona del comandante e per la sua famiglia» dice ancora Rebello. Il suo pensiero va anche a Rossella, la figlia del capitano, appena quindicenne quando avvenne la tragedia e che nei giorni scorsi ha chiesto silenzio: «Ama suo padre, come ogni figlio – sottolinea Rebello – È naturale chiedere rispetto umano per il proprio genitore, sono valori che si tramandano nelle famiglie. Io ho il mio modo di agire e pensare, rispetto tutti, anche chi ha un’opinione differente dalla mia. Ma non sono un magistrato. Mica il comandante voleva procurare una tragedia? Mica voleva fare un incidente e uccidere qualcuno? Solo dopo quel che è successo ho saputo che l’inchino lo facevano praticamente tutti». Dieci anni dopo, però, il naufragio rimane al centro delle polemiche pure perché Schettino chiede la revisione del processo: «Quel che mi è rimasto dentro è il dolore, ma non dimentico l’ansia lunga tre anni in attesa del ritrovamento Russel. Ciò che ho passato – chiosa Rebello – non lo auguro a nessuno».

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