Castellammare, pentiti in fuga dal processo. I giudici: «Il clan D’Alessandro li sta minacciando»

Ciro Formisano,  

Castellammare, pentiti in fuga dal processo. I giudici: «Il clan D’Alessandro li sta minacciando»

Chi ha varcato la soglia di quell’aula di tribunale, nella maggior parte dei casi, ha pronunciato appena sette parole prima di uscire: «Mi avvolgo della facoltà di non rispondere». Un silenzio assordante che secondo i giudici nasconde l’ombra di una minaccia «attuale» e «concreta» che porta la firma del clan D’Alessandro. I pentiti o ex collaboratori di giustizia che hanno svelato i misteri della cosca di Scanzano sono ancora in pericolo e per questo motivo buona parte di loro ha deciso di non rispondere alle domande di pm e giudici nel processo “Sigfrido”.

E’ ciò che emerge dalle motivazioni della sentenza emessa lo scorso anno dal tribunale di Torre Annunziata nei confronti di boss, affiliati e presunti fiancheggiatori della cosca criminale con base nel rione Scanzano. Un processo che riannoda i fili tra il passato e il presente della camorra stabiese. Al centro di quel fascicolo che da vent’anni si trascina nelle aule di tribunale fatti relativi alla fine degli anni ‘90. Un processo tornato alla casella di partenza, qualche anno fa, a causa di un cavillo procedurale. La vecchia inchiesta si reggeva, in parte, attorno ai racconti di numerosi collaboratori di giustizia. Tra questi anche Antonio Fontana, ucciso nel 2017 ad Agerola, delitto che sarebbe stato messo a segno proprio dai D’Alessandro. E quel massacro potrebbe essere di fatto il segnale lanciato dal clan ai collaboratori di giustizia chiamati a testimoniare in questo processo. Non a caso dopo l’omicidio di Fontana alcuni testimoni coinvolti in quell’indagine hanno deciso di non parlare in aula.  A cominciare da Alfonso Fontana, uno dei fratelli del ras assassinato cinque anni fa. Le minacce nei suoi confronti sono ancora attuali, secondo i giudici. Così come sarebbe stata condizionata dalle minacce del clan la scelta di non testimoniare da parte di Gaetano Martinelli, un altro dei soggetti che ha scelto di non parlare in aula durante il processo che si è concluso con pesanti condanne per tutti gli imputati. Minacce che nel caso di Martinelli risalgono al 2002, e che portano la firma di «Sergio Mosca e Pasquale D’Alessandro», scrivono i giudici, due pezzi da 90 della cosca specializzata in racket e traffico di droga. La paura di essere sulla lista nera del clan – sostiene il tribunale – avrebbe condizionato Martinelli anche a distanza di vent’anni. E proprio l’attualità del pericolo per i pentiti ha spinto i giudici ad acquisire le dichiarazioni di entrambi i testimoni, trasformando quei silenzi nella prova della potenza del clan. D’altronde anche dalle inchieste condotte in questi mesi dall’Antimafia è emersa, in più circostanze, la volontà della cosca di voler colpire i collaboratori di giustizia. Emblematica, in tal senso, l’immagine del famoso manichino piazzato in cima ai falò del rione Savorito l’otto dicembre del 2018. «Così devono morire i pentiti, abbruciati», il messaggio lanciato dal quartiere roccaforte dello spaccio che rappresenta una costola del clan D’Alessandro. Da un’altra inchiesta della Dda di Napoli è venuto anche fuori che – nel 2018 – che i D’Alessandro erano a caccia di informazioni per scoprire la località segreta nella quale era nascosto anche un altro pentito, Francesco Belviso, ex uomo di punta della cosca. Anche l’ultimo collaboratore di giustizia del clan, Pasquale Rapicano, ha affermato ai pm che «i D’Alessandro non dimenticano», ribadendo la capacità del clan di mettere a segno vendette anche a distanza di anni nei confronti dei suoi nemici. Intenti e dinamiche che avrebbero spinto i testimoni dell’ultimo maxi-processo a scegliere la strada del silenzio.

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