Raffaele Schettino

Pd, sedie vuote e silenzi a Torre Annunziata: gli artefici del disastro nascosti come i topi

Raffaele Schettino,  

Pd, sedie vuote e silenzi a Torre Annunziata: gli artefici del disastro nascosti come i topi

Torre Annunziata. Il senso della sconfitta del Pd lo avverti entrando nella sede che dà su Corso Umberto. Il partito è vuoto, due file di sedie tristi e non occupate, la voce mesta di Paolo Persico che quasi rimbomba perché non trova ostacoli tra il tavolo spoglio della conferenza e le pareti.

Ti giri attorno, Giancarlo Siani, Enrico Berlinguer e Aldo Moro ti guardano dalle fotografie per dire che loro non c’entrano nulla con quello che è accaduto qui dentro negli ultimi tre decenni. Più o meno 4 anni fa Vincenzo Ascione era al centro di una bolgia, stappava bottiglie di spumante e gli altri protagonisti di una stagione indegna avevano i flute tesi per il brindisi della benedizione.

Ora, il clima è diverso. La festa è diventata disfatta, la gioia non passa mai sul volto di un commissario solo alla cui spalle campeggia un vecchio manifesto che urla un titolo attuale: «Serve verità e chiarezza». Il problema è che prima della verità e della chiarezza ci vorrebbe il coraggio di dire «scusate, abbiamo sbagliato tutto». Anzi, per essere onesti: «Scusate, abbiamo fallito».

Due giorni dopo lo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni camorristiche ti aspetti di dover sgomitare per partecipare alla conferenza stampa convocata dal Pd sull’emergenza democratica che vive Torre Annunziata. Del resto è il partito che negli ultimi 30 anni ha gestito (male, fatti alla mano) la «cosa pubblica», quello che ha prodotto le idee fallimentari e gli uomini sbagliati. Ti aspetti l’inizio di un processo interno. Ti aspetti di trovare ex amministratori, ex consiglieri, ex dirigenti, magari un po’ di tesserati stufi di essere mal rappresentati, persino qualche cittadino che contesta, o che semplicemente è curioso di capire cos’è accaduto.

Invece niente. C’è il nulla. Richard Bach, l’autore del Gabbiano Jonathan Livingston, scrisse: «Il nulla è la cosa peggiore che possa capitarci». Preferisco citare Victor Hugo e «I Miserabili», che almeno nel titolo calza meglio. «Non c’è il nulla. Lo zero non esiste. Ogni cosa è qualche cosa. Niente non è niente». Ora, siccome ogni cosa è qualche cosa, ci provo con tutte le forze a capire cos’è il Pd nel giorno della riflessione. Mi sforzo, e oltre al volto provato del commissario Paolo Persico scorgo soltanto un abisso di vergogna dentro il quale sono naufragati ventinove anni di promesse e illusioni, comprese le teorie dei «duri-e-puri», la convinzione di «quelli integerrimi e trasparenti», la tanto sbandierata «integrità morale» che hanno voluto farci credere, da Tangentopoli in poi, appartenesse per diritto divino ai tesserati del Pci, e poi del Pds, dei Ds.

Le parole che risalgono dall’abisso sono così fioche e deboli che per assicurarsi che escano dalla sezione vuota Persico le ha trascritte su tre fogli che distribuisce ai giornalisti.  «Bisogna cambiare», «Bisogna riflettere sugli errori commessi», «Bisogna ridare credibilità alla politica». Sembra la lettera che Tommasino legge seduto alla tavola di Casa Cupiello e l’imbarazzo del commissario imposto dall’alto per acquietare un partito di serpi e ripicche è evidente. Lui parla e hai la sensazione che stia lì a sbucciare faticosamente una mela piena di parti marce nel tentativo di salvare il salvabile. Ci prova disperatamente, ma alla fine gli resta tra le mani solo il torsolo.

Il Pd e i suoi avi hanno governato ininterrottamente dal 1995 ad oggi, avevano promesso il cambiamento dopo il primo scioglimento per infiltrazioni nel 1993 e invece hanno praticamente accompagnato Torre Annunziata al secondo. La primavera promessa è trascorsa senza che desse frutti, l’autunno è triste, l’inverno che si profila all’orizzonte s’annuncia glaciale.

Ci sono alcune domande che puoi porre anche all’infinito senza che dagli abissi del Pd arrivino risposte. Una su tutte: le quattro figure apicali di un Palazzo compromesso sono indagate per associazione mafiosa e tutte e quattro sono espressioni politiche di Mario Casillo, capogruppo regionale del Pd eletto con la cifra record di 42 mila voti. Come si può credere in un cambiamento del partito se il partito non s’interroga sulle responsabilità politiche del suo uomo di punta in un territorio che vanta adesso due Comuni sciolti per infiltrazioni mafiose? Paolo Persico ascolta, annota e dà l’impressione di voler entrare nel merito,  invece sembra Alberto Tomba che viene giù dalle cime di Albertville. «Casillo ha sottoscritto l’appello che i parlamentari e i consiglieri regionali hanno fatto in Prefettura per affrontare le questioni di Torre Annunziata e Castellammare», dice timidamente. Il che non cambia il fatto che i suoi referenti politici sono accusati di associazione mafiosa. «Dovrebbe essere sua la scelta di intervenire. Certo, questa è una questione politica aperta». E, aggiungo, cruciale per accertarsi che si tratti solo di scelte clamorosamente sbagliate, di incapacità di scegliersi i referenti. Perché non ci siano dubbi sul tavolo dove si decideranno candidature e strategie future.

Persico si appoggia allo schienale della sedie e continua ad annuire. Annuisce anche quando gli si pongono le altre questioni aperte legate alle responsabilità del Pd: l’incapacità del partito di reggere il confronto con la sua storia, la lontananza dalla gente, dai giovani, dalla città. L’incapacità, se si vuole far salva la buona fede, di selezionare uomini, liste e referenti nelle istituzioni. E poi c’è quella domanda che è un tarlo: perché si è sostenuto a spada tratta Ascione e i suoi vassalli? Perché si è atteso l’arrivo di Diana per scoprire il malaffare? Ci vorrebbe un giorno intero per rispondere e Paolo Persico ha ormai smesso di appuntarsi le domande. Continua ad annuire e si lascia scappare una frase sul senso di solitudine che forse avverte seduto dietro il tavolo di una conferenza stampa triste e desolante.

«Che dire? Prima abbiamo pensato di poter salvare qualcosa, dopo abbiamo capito che non esistevano le condizioni, adesso dobbiamo solo cambiare passo per costruire il futuro».Il problema è capire se l’elettroencefalogramma piatto che scorre nella sede del Pd possa dare segnali. Se il partito che ha addosso il peso della sua stessa storia possa affrontare l’emergenza democratica nella nostra terra. Se può incidere sulla debolezza della politica, che è ancora più pericolosa della forza della camorra. Se può arginare una degenerazione che parte da lontano e continua a calpestare competenze, conoscenze e integrità morali con il riciclaggio di uomini e mentalità che solo i creduloni avevano pensato di aver riposto in soffitta.

«Sulle responsabilità penali lavora la magistratura, su quelle politiche devono interrogarsi i partiti», dice Persico. «E sono d’accordo, il Pd ha bisogno di una riflessione profonda visto che è arrivato a ritrovarsi tra gli iscritti i killer del consigliere Tommasino a Castellammare».

La verità è che la buona politica presupporrebbe sacrificio e dedizione, invece è difficile rinunciare al potere, quindi ai pacchetti di voto, quindi ai compromessi. Sulle poltrone vogliono sedersi tutti, a meno che non siano quelle tristi e vuote nella sede del Pd. Per sedersi su quelle bisognava avere il coraggio di chiedere scusa alla città, la forza di dire: «Ho sbagliato, adesso è il tempo di fare un passo indietro».

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