5 anni fa la strage della Rampa Nunziante: il racconto di Imma, sopravvissuta al crollo di Torre Annunziata

Giovanna Salvati,  

5 anni fa la strage della Rampa Nunziante: il racconto di Imma, sopravvissuta al crollo di Torre Annunziata

Sono rimasti in silenzio per cinque lunghi anni. Hanno ingoiato il dolore, le lacrime e la rabbia. In silenzio hanno atteso che la magistratura e gli inquirenti facessero il proprio lavoro. Hanno sopportato tutto e adesso che è trascorso un lustro hanno deciso di parlare aprendo le porte della loro vita stravolta a Metropolis. Imma Duraccio e suo marito Giovanni li hanno contati tutti: sono 1.825 giorni da quella maledetta alba che ha cambiato per sempre la loro esistenza, un incubo che ancora ritorna nel buio della notte con una scia di domande che inquietano l’anima. Una su tutte: «Cosa si poteva fare per avitare la morte degli angeli delle Rampe». Soprattutto di Chicca e Salvatore, i due aquiloni più piccoli disegnati sul murales ai piedi del palazzo diroccato, gli angeli che avranno per sempre quel volto di bambini felici impresso nella mente di una comunità che non li ha mai dimenticati. Imma è la sorella di Anna, la zia dei due bambini morti sotto le macerie assime ai loro genitori. Apre la porta della sua nuova casa e ci indica una per una le fotografie che le ricordano la sua famiglia spazzata via dalla sciagura. Non abita più a Torre Annunziata, «siamo andati via dopo quell’inferno nella speranza di ricominciare, ripartire, ricostruire. E’ stata dura. Anzi, è dura». Il dolore è lancinante e le malelingue sono insopportabili. Capita anche questo in una realtà drammaticamente provinciale dove la cultura spesso è una virtù della quale si fa volentieri a meno. «C’è chi sottolinea che abbiamo preso il risarcinento. Intanto non è vero e in ogni caso non c’è cifra che ci restituirà il sorriso dei nostri cari». Il 7 luglio del 2017, quando il palazzo vista mare nel cuore delle Rampe Nunziante fu ingoiato da una nuvola di polvere, morirono otto persone. Giacomo Cuccurullo, sua moglie Edy e il loro unico figlio Marco di 25 anni appena; Pina Aprea la sarta di 65 anni e la famiglia Duraccio: Anna e Pasquale dormivano nella stanza da letto, Chicca e Salvatore, 11 e 8 anni nella cameretta che affacciava sulle rotaie. I loro corpi riemersero dall’inferno solo dopo ore di ricerche. E fu uno strazio. «Ogni anniversario torniamo ai piedi di quel palazzo maledetto per ricordare i nostri cari. E’ un momento nostro, come nostro sono il dolore e le immagini che nessuno cancellerà mai dalla storia e dalla memoria». Anche Imma abitava nello stesso palazzo, sullo stesso pianerottolo. «Eravamo felici, vivevo accanto a mia sorella, ai mio cognato e ai miei nipoti. Sapevamo che saremmo andati via, ma nessuno avrebbe immaginato in quel modo». I lavori, le polemiche, le richieste dei proprietari, Imma ricorda ogni cosa, ogni volto, ogni parola. Poi quella maledetta alba. «Sentimmo un boatob e quando aprii la porta di casa vidi solo macerie e una nube di polvere che ancora sento dentro i polmoni quando respiro». La sua abitazione era tutta esposta a mare, praticamente era nell’ala rimasta in piedi. «Ricordo ancora quella sensazione orrenda, rimasi pietrificata su quel che restava del pianerottolo, mio marito Giovanni e mia figlia sono stati più lucidi di me e hanno pensato immediatamente a metterci in salvo. Io ricordo che ho urlato il nome di mia sorella con quanto fiato avevo in corpo. Le non rispondeva. I miei nipoti non rispondevano. Mio cognato non rispondeva. Non ci credevo. E per giorni non ci ho creduto». Ogni secondo che rivive è una coltellata al cuore, Imma porta le mani al volto e asciuga le lacrime, suo marito Giovanni le dà forza come sempre. Lei prende una cornice e mostra il ritratto di Anna: «Era bellissima. Viveva per suo marito e per i suoi figli fantastici». Quel 7 luglio Torre Annunziata si risvegliò con un groppo alla gola. «Quando sono riuscita ad uscire dal palazzo sentivo le sirene, le urla, il rumore dei massi spostati con le mani dai primi soccorritori, dentro di me speravo che fossero ancora tutti vivi, ho pregato Dio, l’ho implorato, ma quello era un giorno maledetto. Un giorno di sacchi neri dentro i quali i vigili del fuoco hanno infilato mestamente le vite spente». Da quel giorno la vita è diventata un inferno. «Nulla ha avuto più il senso di prima: il Natale, le vacanze estive, le candeline sulle torte. Mi manca tutto di mia sorella, dei miei nipoti». I loro volti sono ovunque nelle foto attaccate alle parteti: le vacanze a Massa Lubrense, il compleanno di sua figlia, i ritratti. «Sono stati anni difficili, non abbiamo avuto un tetto sotto il quale dormire per mesi, siamo stati accampati, in tanti ci hanno portato i vestiti e il pranzo. Quel giorno abbiamo perso tutto. Abbiamo dovuto ricostruire ciò che potevamo ricostruire». La loro casa dei giorni felici è ancora lì, in bilico tra le Rampe e l’abisso mortale. Ai piedi del palazzo ci sono i volti dei martiri.  «Ogni volta che ci andiamo è un dolore, ogni volta si riapre una ferita che sanguina». E’ così per tanti e quando lo diciano a Imma lei solleva le spalle per dire «non lo so». «In questi cinque anni ci saremmo aspettati almeno un messaggio dai colpevoli, o almeno dagli amministratori del Comune. Niente. Abbiamo avuto invece vicino la città e ringraziamo quanti ancora ci sostengono: i colleghi e il datore di lavoro di mio marito, don Ciro Cozzolino, le forze dell’ordine». Dalla politica tanta demagogia. In quei giorni fu rilanciata la battaglia del fascicolo del fabbricato, uno spot indegno. «Ancora oggi a Torre ci sono palazzi che rischiano di crollare, ma purtroppo regge il solito muro dell’omertà». Le mani di Imma sfiorano un’altra cornice, lei la guarda e racconta l’ennesima foto-ricordo: «qui siamo sul terrazzo della palazzina crollata, avevamo 18 anni, proprio lì la morte ci ha separato, quest’immagine simbolica foto la tengo sul mio comodino». Ogni ricordo è custodito gelosamente. In una valigia ci sono tutti i giochi di Francesca e Salvatore. «C’è il camioncino di Barbie e molti altri giocattoli emersi dalla macerie. In qualche caso ho personalmente chiesto alle ruspe di fermarsi per recuperarli. Almeno posso stringerli a me e sentire ancora il loro profumo dei miei nipoti. Sono pioli ai quali ci aggrappiamo anche se siamo consapevoli che nulla ci restituirà la nostra famiglia. Né i giochi, né le condanne inflitte agli imputati».

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