Vico Equense, i sogni del maestro Avati «Il film della mia vita deve ancora arrivare»

Fabio Punzo,  

Vico Equense, i sogni del maestro Avati «Il film della mia vita deve ancora arrivare»

Il Social World Film Festival di Vico Equense ha l’onore di ospitare uno dei più grandi cineasti del panorama contemporaneo italiano, il Maestro Pupi Avati. Il regista e produttore Giuseppe Alessio Nuzzo, direttore artistico e coordinatore della Mostra internazionale del cinema sociale, ha invitato l’illustre autore e regista bolognese per presentare il suo ultimo film uscito in sala nel 2021, “Lei mi parla ancora”, con Renato Pozzetto, Stefania Sandrelli e Fabrizio Gifuni. La scelta del casting, racconta Avati, non è stata facile: «Con la Sandrelli c’era un contenzioso dal 1973, quando realizzai un film con Villaggio e Tognazzi, poi si è fatta perdonare: è una persona magnifica. Anche con Pozzetto ci eravamo persi da anni, ma quando nella cucina di casa sua, a Milano, gli ho proposto il progetto, raccontandogli la storia che avevo scritto, è scoppiato in lacrime poiché era la stessa esperienza che aveva vissuto con la perdita di sua moglie, otto anni prima». “Lei mi parla ancora”, ispirato alla nascita del romanzo autobiografico di Giuseppe Sgarbi, padre di Vittorio ed Elisabetta, racconta degli ultimi anni di vita di Nino (Renato Pozzetto), che dopo 65 anni di matrimonio non ha mai smesso di amare la moglie Rina (Stefania Sandrelli), neanche dopo la sua scomparsa. Il protagonista, trovando rifugio nei sogni nostalgici e nei ricordi ancora nitidi e dettagliati, continua a parlare con la sua amata. Sarà sua figlia Elisabetta (Chiara Caselli) a ingaggiare un ghostwriter (Fabrizio Gifuni) per raccogliere le memorie d’amore di Nino, che dopo un’iniziale diffidenza, si apre finalmente al romanziere, con il quale instaura un sincero rapporto. Il racconto dell’appassionata storia sentimentale dei due coniugi ha inizio dal giorno in cui si incontrarono per la prima volta. Al momento del matrimonio, i due giovani innamorati (Isabella Ragonese e Lino Musella) si erano scambiati una lettera, promessa di amore eterno e immortale, ma dopo la scomparsa della moglie, l’esistenza di Nino è come svuotata di ogni significato, e nella storia che il regista racconta si avverte un inevitabile riferimento all’attualità, di tanti anziani che, durante la pandemia, non hanno potuto esprimere il proprio lutto per la perdita del coniuge. Avati raccontando il messaggio del film, riflette su come «nell’ultimo quarto dell’ellisse della vita, siamo fragili come bambini» ed è proprio in questa ritrovata fanciullezza che parole come «per sempre» o «immortale» ritrovano significato, come narrato anche nel suo ultimo film “Dante”, in arrivo a settembre nelle sale, ispirato dalla riflessione sul senso dell’amore eterno, ripreso da “La Vita Nova” del sommo Poeta, che si rivela molto attuale. «L’amore è una forza propulsiva, sulla quale si fonda gran parte della nostra vicenda umana; anche io e il cinema abbiamo una storia d’amore, magari io lo amo un po’ più di quanto il cinema ami me», afferma il regista, riguardo al progetto, inseguito per oltre 22 anni, che considera come una dichiarazione d’amore per Dante e Boccaccio. «Quale dei miei film amo di più? Il primo, quello riuscito peggio», che nonostante l’insuccesso produttivo, è stata «la sorprendente realizzazione di un sogno». Nel 1970, il fallimento dei suoi due primi film, “Balsamus l’uomo di Satana” e “Thomas e gli indemoniati”, lo ha definitivamente allontanato dalla sua città natale, Bologna. «Per un regista è molto difficile ottenere la riconoscibilità, trovare una propria identità» e lui stesso confessa di aver faticato per liberarsi dall’appellativo di regista “felliniano bolognese”, riuscendo poi a far identificare il suo personale stile con l’aggettivo “avatiano”. Con grande stupore del pubblico svela di non apprezzare i suoi film interamente, ma di andare orgoglioso solo di alcune sequenze. «Bergman diceva che il film buono arriva dopo sette film. Ho sempre pensato che il film della mia vita non l’ho ancora fatto, continuo a progettare immaginando che ci sia un futuro e confido che ci sia». Riguardo i nuovi metodi di visione, come le piattaforme di streaming digitali, Avati ritiene che, al di fuori della sala, in qualunque altro modo si fruisca di un film, esso ne sarà penalizzato. Il regista di “Regalo di Natale” e de “Il posto delle fragole” critica pure la scarsa attenzione del pubblico durante la visione, spesso distratto dai cellulari, e dichiara di temere che «il futuro della sala cinematografica sia segnato; l’unica speranza è un cinema ambizioso: alzando il livello qualitativo dei prodotti, ineluttabilmente diminuirà il numero di spettatori, ma si formerà una clientela affidabile e fidelizzata». Pupi Avati raccomanda infine, ai giovani: «Inseguite un unico grande sogno, senza pensare ad un’eventualità di fallimento; chi ha un piano B, non riuscirà mai a realizzare il suo piano A». In serata, durante il salotto cinematografico di Roberta Scardola, il Maestro ha ricevuto il “Golden Spike Award” come ulteriore coronamento della sua immensa e straordinaria carriera.

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