Racket al mercato dei fiori di Pompei e droga: 11 condanne per 130 anni di carcere ai Cesarano

Tiziano Valle,  

Racket al mercato dei fiori di Pompei e droga: 11 condanne per 130 anni di carcere ai Cesarano

Niente sconti per boss e affiliati del clan Cesarano, che hanno monopolizzato il settore della droga attraverso alleanze con i clan napoletani e salernitani e imposto estorsioni da capogiro agli imprenditori attivi nel business delle slot machine e del settore florovivaistico. E’ una sentenza pesantissima quella emessa dalla Corte d’Appello di Napoli che ha confermato le condanne di primo grado a 20 anni di reclusione per il boss Luigi Di Martino, alias ‘o profeta, e gli uomini a lui più vicini come Aniello Falanga e Giovanni Cesarano, alias “nicolino” (a cui però è stata riconosciuta la continuazione con altri reati).Confermata la condanna di primo grado a 14 anni di reclusione anche per Antonio Iezza, considerato l’autista del boss Di Martino, e a 15 anni e 6 mesi per il ras Claudio Pecoraro, legato al clan Pecoraro-Renna attivo nella Piana del Sele. Pena di 7 anni e 4 mesi confermata anche per Francesco Mogavero, il picchiatore salernitano utilizzato dalla cosca di Ponte Persica per intimidire gli imprenditori del mercato dei fiori di Pompei. Sale di un anno, ma con la continuazione per altre sentenze, la pena per Luigi Di Martino, alias ‘o cifrone, che incassa 9 anni di reclusione.Incassano piccoli sconti i ras napoletani Carmine Varriale (da 9 anni e 4 mesi a 8 anni) e Felice Barra (da 12 anni a 10 anni e 10 mesi). Le pene più lievi per Adelchi Quaranta (3 anni e 2 mesi) e Vincenzo Amita (2 anni e 2 mesi).Una sentenza che blinda le indagini coordinate dall’Antimafia e affidate alla guardia di finanza di Castellammare di Stabia.L’inchiesta fa riferimento al periodo che va dal 2014 al 2016. Luigi Di Martino, alias ‘o profeta, appena uscito di galera prende in mano le redini del clan di Ponte Persica (quartiere al confine tra Castellammare di Stabia e Pompei), che è reduce dalla retata di “Easy Mail”, l’inchiesta condotta dai carabinieri che ha portato all’arresto dei boss Nicola Esposito, detto ‘o mostro, e Antonio Inserra, ‘o guerriero, oltre che di altri colonnelli e soldati della cosca. Di Martino ci mette poco per riorganizzare il clan, affidando a Giovanni Cesarano, anche lui da poco tornato in zona dopo aver scontato una condanna a 25 anni per un omicidio in Germania, il compito di occuparsi delle estorsioni. Di Martino ha stretto alleanze importanti durante il periodo di detenzione, a tal punto che boss del calibro di Francesco e Feliciano Mallardo si rivolgono a lui dandogli del “voi”, come emerge dalle intercettazioni. Quelle alleanze permettono a Di Martino di diventare il punto di riferimento di un grosso traffico di stupefacenti, che va da Napoli a Salerno. Il boss di Ponte Persica acquista i carichi di droga da Felice Barra, broker del clan Contini di Napoli e poi li rivende al gruppo dei Pecoraro-Renna di Battipaglia. Il business è enorme e viene finanziato con i soldi ricavati dalle estorsioni delle quali si occupano Giovanni Cesarano, Aniello Falanga, Luigi Di Martino (‘o cifrone, cugino del boss), Carmine Varriale (‘o lione) e Luigi La Mura (diabolik).

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