Camorra a Torre Annunziata: tornano liberi i rampolli del clan Gionta

Giovanna Salvati,  

Camorra a Torre Annunziata: tornano liberi i rampolli del clan Gionta

I loro nomi compaiono già nelle relazioni dell’Antimafia per quelle relazioni scomode e parentele con i vertici della criminalità organizzata, in particolare con i vertici della cosca del clan dei Gionta. Sono considerati tra gli eredi del clan e già alle prese con gli affari di famiglia. Ma dopo nemmeno venti giorni dal blitz dei carabinieri sono tornati in libertà, e dal carcere ora il giudice li ha spediti di nuovo nella loro città a Torre Annunziata con regime di detenzione domiciliare. I rampolli erano finiti nei guai quando i carabinieri del nucleo radiomobile di Torre Annunziata avevano emesso un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di tre ragazzi, ritenuti responsabili del reato di detenzione e spaccio di stupefacenti. Nei guai finirono così E.G., minorenne, e di Francesco Aurino, appena maggiorenne, e di un’altra persona (le cui generalità non sono state ancora rese note) raggiunti dai militari dell’Arma della stazione oplontina. L’intervento dimostrò come sia crescente l’attenzione delle forze dell’ordine verso le cosiddette “nuove leve” della criminalità organizzata le quali, senza più alcun riferimento camorristico, provano ad organizzarsi soprattutto nel settore del traffico di droga. Un livello di attenzione che è cresciuto anche a causa dei recenti fatti di cronaca che hanno interessato la città di Torre Annunziata. Aurino difeso dall’avvocato Mauro Porcelli e il minorenne E. G. difeso invece dall’avvocato Roberto Cuomo sono stati quindi scarcerati dal Tribunale del Riesame. In particolare per il minorenne l’avvocato Cuomo ha dimostrato che all’epoca dell’inchiesta il minorenne E.G. nipote del boss dei Gionta già lavorava e aveva anche una regolare busta paga. Insomma un rafforzativo per dimostrare agli inquirenti che il giovane aveva deciso di cambiare vita, di prendere le distanze dal mondo della criminalità organizzata che gli avevano lasciato in eredità. Avevano per mesi infatti finto di essere “bravi ragazzi”. C’è chi lavorava in macelleria, chi invece si era fatto assumere come scaffalista. Lavori come coperture. Per non dare troppo nell’occhio, per dimostrare che avevano cambiato vita ma di fatto, non era così. Non avevano mai smesso di spacciare, di continuare a mettere su una rete di spaccio destinata a procacciare sempre più clienti. E il giro funzionava perché avevano messo le mani su anche sulla movida e nel week-end le dosi di droga piazzate consentivano ai tre di incassare centinaia di euro. Gli episodi ricostruiti dai carabinieri partono da una serie di scambi che vengono monitorati dai militari. Il piccolo clan era composto dai tre rampolli della famiglia dei Gionta: E.G., minorenne, e pronipote del super boss al 41 bis Valentino Gionta senior, fondatore della cosca di Palazzo Fienga. La moglie Gemma Donnarumma, tralaltro, è tornata in libertà proprio diverse settimane fa. Nei guai finì anche Francesco Aurino, appena maggiorenne, e già detenuto in comunità per reato di rapina. Tutti e tre furono stati incastrati ieri grazie ai carabinieri che per settimane li hanno braccati. Hanno ricostruito centinaia di episodi di spaccio, letto le loro conversazioni tramite wathsapp. Messaggi in codice, appuntamenti nei vari punti della città dal cuore della movida, via Gino Alfani ai vicoli della Provolera e dell’Annunziata.

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