Beni confiscati ai clan: «C’è chi vuol spuntare le armi dell’Antimafia»

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Libera: «Qualcuno strumentalizza le criticità per cambiare la legge» Lo Sapio: «Contagiamo i giovani». Tuorto: «Educhiamo alla bellezza»

Beni confiscati ai clan: «C’è chi vuol spuntare le armi dell’Antimafia»

Pompei. «Quando si tratta di rimboccarsi le maniche c’è un prezzo da pagare ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare. Ognuno di noi deve essere giudicato per ciò che ha fatto. Contano le azioni e non le parole». AgoràMetropolis si apre nel segno di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Una lettura toccante dei ragazzi di Young che trascina i presenti in una riflessione profonda. «Sono pensieri che ci guidano ancora dopo 30 anni, che ci spingono a credere di poter cambiare le cose», dice il direttore di Metropolis, Raffaele Schettino. “Beni confiscati, luci ed ombre”, così s’intitola il primo di una lunga serie di dibattiti che scandirà i 30 anni di pubblicazioni di Metropolis. «Luci ed ombre perché al lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine spesso non segue l’impegno delle istituzioni. Basta leggere le relazioni che hanno portato allo scioglimento di Castellamma e Torre Annunziata per rendersene conto», aggiunge il direttore.

«Un sistema da affinare, da migliorare, ma da difendere senza se e senza ma», dice Riccardo Christian Falcone di Libera. «Il nostro modello è riconosciuto in tutta Europa e attenzione e da qui non si torna idietro. Certo, bisogna snellire la burocrazia, bisogna sensibilizzare i sindaci ma attenzione, non permettiamo di strumentalizzare le criticità perché qualcuno le usi come grimaldello per smantellare il sistema Antimafia. Lo dobbiamo a Falcone e Borsellino e a chi c’era prima di loro».

Il responsabile di Libera mette l’accento su una proposta di legge che è arrivata in parlamento con la firma di Siracusano. «Facendo leva sulle criticità che pure ci sono si sostiene che la strategia del riuso dei beni confiscati alla mafia sia quasi un impedimento allo sviluppo economico del territorio. Una tesi che va combattuta con tutte le nostre forze. Anzi, dobbiamo insistere sugli aspetti positivi del sistema. il riutilizzo sociale dei beni dei boss crea centinaia di posti di lavoro».

In sala annuiscono i sindaci intervenuti, i rappresentanti territoriali dei sindacati, annuiscono i referenti delle associazioni che da anni gestiscono con coraggio e impegno i beni sotratti alla camorra.

Sui banchi dei relatori, per esempio, ci sono i prodotti del Fondo Nappo, un terreno sottratto al clan Galasso e intitolato alla memoria di un ragazzo ucciso a Poggiomarino. E a proposito di ragazzi, in sala ce ne sono molti. Attenti e interessati.

A loro si rivolge il sindaco di Pompei, Carmine Lo Sapio, che per primo ha voluto aprire le porte ad AgoràMetropolis. «La lotta alla camorra si fa coinvolgendo i giovani, è a loro che dobbiamo parlare, e a loro che dobbiamo insegnare i valori della legalità, della trasparenza e della buona politica».

Nell’aula consiliare del comune di Pompei si susseguono i relatori che offronto spunti interessanti da diversi punti di vista. Quello degli investigatori, quello delle istituzioni e quello dell’impegno sociale. Don Tonino Palmese interviene solo via telefono per un’indisposizione e il suo è un augurio: «I beni della camorra devono diventare nostri, o meglio direi Casa Nostra». Nello Tuorto, presidente della fondazione antiracket e antisusura “Finetica Onlus”, riporta l’attenzione sulla gestione dei beni confiscati. «E’ un cammino impervio fatto di difficoltà. La battaglia non finisce con l’assegnazione del bene. Anzi, è lì che inizia. Ai giovani dico di avere speranza, di avere tanta passione, di avere idee chiare e giuste».

Inevitabile non citare Don Ciotti. «Lui dice sempre che un bene confiscato quando viene assegnato è una bruttezza. Sta a noi portare la bellezza in tanta bruttezza. Una bellezza che se non se la si ha nel cuore e nella testa, è difficile da trasmettere e riprodurre».

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