Suicida a 16 anni, i giudici riaprono il caso sulla morte di Vincenzo Arborea di Boscoreale

Giovanna Salvati,  

Suicida a 16 anni, i giudici riaprono il caso sulla morte di Vincenzo Arborea di Boscoreale

Solo. Rinchiuso in quella piccola stanza di una comunità minorile a Villa di Briano. Solo con il suo dolore interno. Solo con le mille pressioni e paure, con la voglia solo di morire e mettere fine a tutto il suo malessere. Solo ad appena 16 anni e quella vita davanti da vivere e divorare. Ma per lui è stato l’inverso. Quella vita si è trasformata in pochi secondi in un inferno. Solo, perché Vincenzo quel maledetto 1 marzo del 2021 era solo quando ha deciso di togliersi la vita. Lasciato solo da chi avrebbe dovuto invece ascoltarlo, aiutarlo, sostenerlo.  Solo mentre il suo sguardo è fisso nel vuoto, mentre prende la decisione più violenta. Solo mentre sul suo viso scorrono le ultime lacrime. Eppure Vincenzo Arborea aveva solo 16 anni. Una morte assurda sulla quale a non darsi pace è stata sua madre. L’unica, che per questi lunghi 18 mesi, non ha mai smesso di gridare il suo dolore e pretendere la verità. E dopo 18 mesi qualcosa ha iniziato a muoversi. Per 18 mesi lei e il suo avvocato, Mauro Porcelli, non si sono fermati e finalmente, ad ottobre, il primo passo per riaprire, o meglio aprire un caso, che era stato chiuso in meno di 24 ore e giustificato come suicidio. Suicidio sì, ma perché Vincenzo si è tolto la vita? Questo si chiede sua madre Susanna. Quando è entrato in comunità stava bene, poi qualcosa ha stravolto la sua vita fino a spingerlo ad uccidersi. «Finalmente il mio grido di dolore può trovare risposta. Da quel giorno la mia vita è finita, mi hanno portato via il mio sole». Comincia così il racconto del calvario di sua madre «Io ho affidato il mio bambino allo Stato – dice – e invece di aiutarlo e proteggerlo me lo hanno restituito privo di vita, abbandonato a se stesso, nell’incuria e nella indifferenza più totali. Io sono la madre e lo conoscevo più di chiunque altro. Mio figlio era un ragazzo solare, allegro ma molto sensibile». Secondo sua madre Vincenzo non si sarebbe mai tolto la vita e dietro quelle mura di quella stanza nella comunità minorile qualcosa lo ha stravolto «Devo capire cosa sia potuto succedere all’interno della comunità, perché mio figlio – poco più di un bambino- sia giunto a quel gesto estremo e perché nessuno abbia mosso un dito per aiutarlo, trascurandolo e facendolo sentire solo in un momento così delicato della sua vita». Vincenzo aveva solo 16 anni ed abitava nel Piano Napoli, uno dei rioni ghetto di via Settetermini a Boscoreale. Era cresciuto in un contesto difficile, era entrato in comunità a Caserta, la struttura Cento Passi perché aveva commesso una rapina. E da quel momento era iniziato il suo incubo. Prima di uccidersi Vincenzo aveva anche scritto una lettera, un biglietto indirizzato alla sua famiglia, a sua madre Susanna «qui dentro non voglio starci» aveva scritto. Vincenzo non aveva peraltro accettato il diniego qualche giorno prima dell’autorizzazione per uscire i occasione dell’anniversario della morte della sorella e per questo motivo era anche scappato dalla comunità, era piombato a Boscoreale con un mazzo di fiori. Ma i suoi occhi erano già spenti.  Poi la decisione di morire.  «Il nostro consulente – continua mamma Susanna – ha dato ragione a tutti i nostri sospetti, sconfessando le conclusioni a cui è giunto il pubblico ministero – continua la donna – e insistendo per la necessità di approfondire la vicenda e di effettuare nuove e migliori indagini.  Se non ho mai perso la speranza in questi mesi è stato anche grazie all’impegno e alla presenza del mio difensore, l’avvocato Mauro Porcelli». Susanna vuole la verità, l’aspetta da 18 mesi, dal giorno in cui il suo bambino è morto «Non ci arrendiamo, non cerco vendetta ma mi aspetto che sia fatta giustizia,- conclude –  non solo per il mio amato figlio e per la sua memoria, ma anche perché quanto accaduto a lui non si verifichi più. La comunità dove si trovava il mio bambino è piena di giovanissimi ragazzi e io prego ogni giorno affinché nessuno di loro debba patire quanto ha dovuto sopportare mio figlio e affinché nessuna madre riceva mai la notizia che, l’8 marzo dello scorso anno, ho purtroppo ricevuto io». Ad ottobre quindi mamma Susanna inizierà la sua battaglia per conoscere la verità, sapere cosa è accaduto in quelle ultime ore e perché suo figlio è morto. Una storia tragica, un dolore immenso per una madre che ha perso metà del suo cuore, l’uomo che aveva messo al mondo e che mai avrebbe immaginato di dover seppellire. @riproduzione riservata

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