Andrea Ripa

Il prete accusato di stalking e poi assolto vuole tornare a celebrare messa, messaggio al Papa

Andrea Ripa,  

Il prete accusato di stalking e poi assolto vuole tornare a celebrare messa, messaggio al Papa

Il calvario di un’inchiesta penale durata sei anni e conclusasi con un’assoluzione piena appena una settimana fa ha lasciato spazio al disagio di un mandato che s’è interrotto per un provvedimento – stavolta religioso – davanti alla giustizia canonica che lo tiene lontano dall’altare. Don Antonio Marrese, l’ex cappellano dei carabinieri di Torre Annunziata e in passato anche vice rettore di Pompei, s’è scrollato di dosso le accuse di stalking a un militare in servizio in Toscana, di calunnia, atti persecutori, ricettazione, peculato, abuso d’ufficio e concussione. Per i giudici del tribunale di Massa Carrara è innocente, ma per la Chiesa non può ancora tornare a celebrare messa. La riduzione dello stato clericale gli impedisce di fare quello che fino allo scoppio dello scandalo – poi sgonfiatosi in tribunale – ha sempre fatto. C’è solo una strada che può ricondurlo sull’altare, un provvedimento del Santo Padre potrebbe ribaltare quello che la giustizia canonica ha deciso e che è inappellabile. Ed è proprio a Francesco che don Antonio Marrese chiede aiuto. «Il Papa nella sua benevolenza potrebbe disporre diversamente da quanto deciso dalla giustizia canonica. Spero che un giorno usi Misericordia», dice in una lettera affidata ai suoi legali dopo l’assoluzione delle accuse per stalking. «Come tutti gli uomini, anche io faccio errori e commetto peccati, ma sono certo, davanti a Dio e in tutta coscienza, di non meritare questa pena. Non ho assolutamente nulla da rimproverare al Santo Padre, non mi permetterei, lui con me è stato molto delicato ed attento, fino a ricevermi personalmente, mi ha ascoltato, mi ha compreso, mi ha incoraggiato. Il problema è avvenuto dopo. Io sono certo che qualcuno ha fatto di tutto per far arrivare il papa a questa decisione» – spiega ancora don Antonio Marrese – «Non mi piace parlare di queste cose, perché è normale che io tenda a difendermi, bisognerebbe far parlare le carte, gli atti, bisognerebbe far parlare le persone che realmente conoscono la verità, esperti in giurisprudenza canonica, in pastorale, in psicologia, ci sono persone competenti e qualificate che come me, e con me, sostengono che non si doveva, e non si poteva arrivare a questa decisione, non vi sono gli elementi, ripeto bisogna dire la verità e non le chiacchiere». Dalla sua parte ci sono già cinquemila persone che hanno firmato una petizione per sostenerlo in quella che è una battaglia per il Ministero religioso. Una petizione destinata a finire anche nelle mani del Pontefice a cui don Antonio consegna le sue speranze e il sogno di tornare a celebrare messa. «Io sono sacerdote, anche se in questo momento mi viene impedito di esercitare il mio ministero, sono sacerdote e resterò tale fino alla mia morte, nessuno può affermare il contrario. Continuo a vivere come un sacerdote e sentirmi tale nel silenzio del mio cuore. Credo che sia più importante l’essere che il fare, in sintesi sono sacerdote, anche se non faccio il sacerdote» – dice – «In questo momento ho forte nel cuore un sentimento e un sogno. Il sentimento è di gratitudine, a quanti mi sono stati e mi sono accanto. Sono veramente tanti coloro che non mi hanno mai fatto mancare, in diverse forme, la propria vicinanza e il proprio sostegno, che con me e per me soffrono, sperano e pregano. Basti pensare, che un comitato spontaneo, ha raccolto oltre cinquemila firme, per chiedere al papa il mio reintegro. Si sa, le firme servono a poco o a niente, ma è un segno di grande affetto e vicinanza, che non intende, mancare di rispetto alla decisione del papa, ma vuole aiutare il pontefice a ripensare a questa vicenda».

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