Undici anni di racket, pizzo fino a 200mila euro: rinviati a giudizio i boss dei clan di Castellammare

Tiziano Valle,  

Undici anni di racket, pizzo fino a 200mila euro: rinviati a giudizio i boss dei clan di Castellammare

Finiscono a processo ventuno tra boss, affiliati e presunti prestanome dei clan D’Alessandro e Cesarano. La Procura Antimafia è riuscita a ottenere il rinvio a giudizio per i capi delle cosche di Scanzano e Ponte Persica, ricostruendo decine di episodi di estorsione – fino a 200mila euro – messi a segno nei confronti di imprenditori del territorio. Un procedimento che è uno stralcio della maxi-inchiesta Olimpo, che nell’area stabiese ha dato il là a diverse indagini poi scaturite in arresti e processi.

La decisione

Nella giornata di ieri, il giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Napoli Carla Sarno, ha accolto la richiesta di rinvio a giudizio per ventuno dei ventidue indagati, pronunciando però una sentenza d’incompetenza nei confronti dell’imprenditore Adolfo Greco, che era accusato di presunti reati tributari che non hanno nulla a che vedere con la camorra. Anzi – in questo procedimento – proprio Greco figura come una delle vittime più bersagliate dall’attività estorsiva delle due cosche che si spartiscono il territorio stabiese da decenni.

Il rito abbreviato

Il processo si aprirà il prossimo a inizio ottobre per chi ha scelto il rito abbreviato. Tra questi figurano il boss del clan Cesarano Nicola Esposito, alias ‘o mostro, e Giovanni Cesarano, meglio conosciuto come “Nicolino”, braccio destro del boss Luigi Di Martino, alias ‘o profeta. Saranno processati con rito abbreviato anche i collaboratori di giustizia Renato Cavaliere, Salvatore Belviso e Pasquale Rapicano. Tre killer pentiti del clan D’Alessandro che attraverso le loro dichiarazioni hanno consentito alla Procura Antimafia di assestare duri colpi alla cosca di Scanzano negli ultimi anni.

I boss a processo

Il processo partirà a metà novembre, invece, per chi ha scelto di essere giudicato con il rito ordinario. Tra questi c’è tutto il gotha del clan D’Alessandro. A cominciare da Teresa Martone, la vedova del padrino fondatore della cosca di Scanzano, che è ritenuta una degli elementi chiave di questa inchiesta. L’Antimafia le contesta di aver imposto il pizzo a un’azienda stabiese. Per lo stesso reato, ma nei confronti di un altro imprenditore, è stata condannata a 4 anni in Appello. Alla sbarra con lei ci saranno anche i figli Pasquale e Vincenzo D’Alessandro, entrambi attualmente liberi dopo aver scontato pesanti condanne e ritenuti dall’Antimafia ancora ai vertici della cosca di Scanzano. Tra le figure apicali del clan che da decenni detta la sua legge criminale a Castellammare ci sono anche Sergio Mosca – suocero di Pasquale D’Alessandro – e Paolo Carolei, l’uomo che secondo le ricostruzioni investigative avrebbe favorito il patto tra Scanzano e il clan Di Martino di Gragnano, una decina di anni fa. Anche Mosca e Carolei saranno alla sbarra. Assieme a loro saranno a processo anche Giovanni Schettino, Vincenzo Di Vuolo, Luciano Verdoliva, Michele Carolei e Gaetano Vitale, considerati dalla Dda esattori del pizzo per conto del clan di Scanzano. Alla sbarra anche l’imprenditore Liberato Paturzo, ritenuto il costruttore di fiducia del clan D’Alessandro, e i suoi presunti prestanome Liberato Esposito e Carmela Ruocco.

Il clan del Sannio

A processo pure Aldo Vispini e Luca Salvatore Carrano, per la Dda esattori al servizio del clan Cesarano. Di questa inchiesta fa parte anche il boss di Benevento Saverio Sperandeo – che sarà giudicato con rito ordinario -, accusato di aver imposto un’estorsione a un imprenditore della penisola sorrentina impegnato in alcuni lavori nel Sannio, attraverso la mediazione di camorristi stabiesi.

Le accuse

Ventiquattro i capi di imputazione contestati dagli inquirenti, quasi tutti legati a episodi estorsivi commessi tra il 2006 e il 2017, alcuni con cifre da capogiro da oltre 200mila euro. Nell’affare del racket sarebbe coinvolto anche un minorenne, accusato di aver partecipato ad una richiesta di pizzo da 5.000 euro a carico di uno degli imprenditori vittime dei D’Alessandro. Gli inquirenti contestano il sistema messo in atto dalle cosche che vessavano gli imprenditori anche ripetutamente nel tempo, assoggettando le vittime con minacce e atti camorristici finalizzati a convincere chi tentava di non pagare il pizzo. Un sistema messo in atto tanto dai D’Alessandro che dai Cesarano, con le vittime che in alcuni casi erano costrette a pagare il racket a entrambe le organizzazioni criminali, temendo ritorsioni.

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