Andrea Ripa

Vittima innocente del clan, processo da rifare per la morte di Nicola Nappo a Poggiomarino

Andrea Ripa,  

Vittima innocente del clan, processo da rifare per la morte di Nicola Nappo a Poggiomarino

Due anni fa l’ultimo schiaffo a una vittima innocente della camorra, con un provvedimento emesso dalla Corte di Cassazione che cancellava una sentenza che avrebbe, quantomeno, fatto luce su un mistero lungo 13 anni. Una morte avvolta in un lenzuolo di silenzio e omertà che non rende giustizia alla famiglia di Nicola Nappo, brutalmente ammazzato nel luglio di 13 anni fa nella piazza centrale di Poggiomarino e lasciato lì, sotto gli sguardi impietriti della folla mentre un carabiniere con un lenzuolo bianco gli copriva il volto e il corpo esanime. Dopo tredici lunghissimi anni di quella morte se ne sa poco, l’unica certezza è che Nicola non apparteneva alla camorra. Anzi assomigliava a un malavitoso che doveva essere giustiziato dal tribunale supremo della criminalità organizzata. Una sentenza di morte che è costata la vita a una vittima innocente. Poco si sa invece del lungo iter giudiziario attorno alla vicenda e tra poche settimane l’inizio di un nuovo processo – dopo l’annullamento di due sentenze in Cassazione – rischia di avere il retrogusto amaro del calvario infinito per chi attende che venga fatta giustizia. Il processo rimbalza da anni tra gli uffici della Corte d’Assise d’Appello di Napoli e la Corte di Cassazione di Roma – ultimo grado di giudizio – che per ben due volte ha messo in discussione quanto i magistrati partenopei avevano deciso. Il prossimo atto di un procedimento che va avanti da troppo tempo è fissato per inizio ottobre, quando l’unico imputato – Antonio Cesarano – tornerà davanti ai giudici della Corte d’Appello di Napoli per rispondere dell’omicidio di Nappo.

Il delitto –   Nicola è stato ucciso per errore. I sei proiettili calibro 9 che lo hanno strappato alla vita erano indirizzati a un camorrista. Il boss Carmine Amoruso, esponente di punta dei Giugliano, la cosca dello spaccio che detta legge a Poggiomarino e che rappresenta una costola del più potente clan Fabbrocino. «Dovevo morire io non Nicola che era un bravo ragazzo», ha raccontato Amoruso alla Dda subito dopo aver deciso di collaborare con la giustizia. Un modo per togliersi dalle spalle un peso enorme. «Lo hanno ucciso perché credevano che ero io. Fisicamente ci somigliavamo», ha ripetuto il super pentito agli uomini dell’Antimafia. Amoruso sarebbe finito nel mirino dei killer per una stupida lite stradale avvenuta, qualche tempo prima, proprio a Scafati. E’ da questo racconto che parte l’inchiesta-lampo. Dopo 3 anni, nel 2012, vengono indagate due persone. Si tratta di  Giovan Battista Matrone e Antonio Cesarano. Per gli inquirenti avrebbero entrambi partecipato alle fasi organizzative del delitto. Ma le accuse scricchiolano, tant’è che per il primo arriva una sentenza di assoluzione in primo e secondo grado; mentre per il secondo dopo l’ultima condanna a trent’anni di reclusione poi rimessa in discussione dalla Cassazione è già tempo di tornare davanti ai giudici. Intanto c’è chi spera che ancora sulla morte di Nicola si levi quel velo di omertà che tiene ancora tutto nascosto. Ma tra rimpalli e ombre sul massacro di Poggiomarino, consumatosi in una calda e sanguinosa notte di luglio, la famiglia di Nicola Nappo resta senza giustizia. Ancora oggi.

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