Castellammare. Pizzo, usura e appalti, il boss D’Alessandro a processo dopo 15 anni

Tiziano Valle,  

Castellammare. Pizzo, usura e appalti, il boss D’Alessandro a processo dopo 15 anni

Ci sono voluti sedici anni per portare a processo il boss Vincenzo D’Alessandro e alcuni dei suoi uomini più fidati, che l’hanno accompagnato nell’ultima vera stagione di sangue a Castellammare. La prima udienza del processo Tsunami, nato dalla maxi-inchiesta condotta dalla compagnia dei carabinieri stabiese è andata in scena nella giornata di lunedì. Sono 22 gli imputati che hanno scelto il rito ordinario e tra questi ci sono anche figure di primo piano della camorra stabiese, come Paolo Carolei, considerato dall’Antimafia l’anello di congiunzione tra il clan D’Alessandro e la cosca dei Di Martino di Gragnano. Tsunami è il nome di una delle più grandi inchieste mai condotte sulla cosca di Scanzano. Partita nel 2006, a seguito di una denuncia per estorsione, è andata avanti fino a gennaio 2009 e contava 97 persone iscritte nel registro degli indagati, tra cui molti insospettabili. L’informativa finale fu firmata appena due settimane prima dell’omicidio del consigliere comunale Gino Tommasino. Dall’usura al racket, dalle mire del clan sugli appalti pubblici ai prestiti a strozzo con tassi stellari. Dalle tangenti riscosse sulle transazioni immobiliari fino alla quota fissa del 5% che i boss imponevano su ogni singolo lavoro. Al centro decine di vittime. Imprenditori, commercianti, piccoli artigiani. Gente ridotta in miseria dalle continue richieste estorsive di una camorra insaziabile. Trenta imputati in tutto (sette hanno scelto il rito abbreviato e in primo grado sono arrivate clamorose assoluzioni per Teresa Martone, suo figlio Pasquale e il cugino di quest’ultimo Michele D’Alessandro). Tanti quanti i nomi messi in fila dal sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia, Giuseppe Cimmarotta. Il pm che indaga sugli affari di uno dei clan più ricchi e potenti della Campania. Lunedì è partito ufficialmente il primo atto di un processo enorme. Un processo che racconta un pezzo di storia della camorra stabiese. Sotto la lente d’ingrandimento degli inquirenti ci sono sedici capi d’imputazione per episodi registrati nel triennio 2006- 2009. In quell’enorme faldone messo in piedi anche grazie al grande lavoro sul campo dei carabinieri di Castellammare di Stabia, c’è di tutto e di più. Dal racket ai danni della ditta che gestiva le strisce blu alle tangenti incassate sui lavori privati. Poi ancora il pizzo imposto ai ristoranti, alle imprese edili, alle ditte di pulizia e persino all’azienda che doveva realizzare le nuove condotte del gas. Per i costruttori che eseguivano i lavori non c’era scampo. Se volevano stare tranquilli dovevano pagare – il teorema degli inquirenti – una tassa fissa del 5% su ogni appalto. Poi ancora i prestiti a tassi usurai che il clan D’Alessandro avrebbe acquisito dai creditori originari, arrivando a tormentare le vittime. Un’indagine che ricostruisce a 360 gradi gli affari dei boss di Scanzano. Arrivando a lambire anche temi delicati come il sistema di riciclaggio dei capitali illeciti, i rapporti con i colletti bianchi e l’assoluto dominio nel campo degli appalti. Lo dice anche il pentito Salvatore Belviso. A Castellammare di Stabia il «90%» degli appalti vengono affidati a «costruttori individuati dal clan D’Alessandro», la rivelazione choc del collaboratore di giustizia ai pm dell’Antimafia. Al centro del processo ci sono personaggi di spicco di quella holding del crimine. A cominciare da Vincenzo D’Alessandro, il boss oggi libero che in quegli anni – sostengono gli inquirenti – ha tessuto le trame degli affari illeciti della cosca rimasta orfana dei padrini finiti in carcere. Ma non è l’unico. Nell’elenco ci sono anche i nomi di Renato Cavaliere, il killer pentito del clan, e proprio di Salvatore Belviso, che sono stati condannati in primo grado. Attorno a loro un esercito di presunti affiliati o sodali (tutti liberi) che avrebbero fatto affari grazie al clan. O addirittura le “vedette” incaricate dai boss di segnalare la presenza di lavori in corso in città per riscuotere la tangente sull’appalto. Un’indagine passata sotto traccia – perché non sono mai state applicate misure cautelari – ma che racconta uno spaccato drammatico della città. E soprattuto offre il ritratto dell’enorme potere economico dell’organizzazione criminale guidata dai D’Alessandro. Un processo che per gli inquirenti potrebbe smantellare alcuni pilastri di quella cosca che per decenni ha condizionato la vita della città, arrivando a inquinare interi settori dell’economia “pulita” attraverso l’aiuto di insospettabili esponenti della società civile.

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