Castellammare. Omicidio Scelzo, il mandante è il cognato del boss D’Alessandro: condannato all’ergastolo

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Castellammare. Omicidio Scelzo, il mandante è il cognato del boss D’Alessandro: condannato all’ergastolo

Vincenzo Ingenito, cognato del boss Luigi D’Alessandro, è stato il mandante dell’omicidio di Pietro Scelzo, messo a segno dagli uomini della cosca di Scanzano il 18 novembre 2006. E’ questa la sentenza della Corte d’Assise di Napoli che ha condannato all’ergastolo il 45enne pregiudicato di Castellammare di Stabia, accogliendo le richieste della Procura Antimafia (pm Giuseppe Cimmarotta). A incastrare Ingenito sono state le rivelazioni di diversi collaboratori di giustizia, su tutti Pasquale Rapicano, l’esecutore materiale dell’omicidio di Pietro Scelzo, già condannato all’ergastolo per questo delitto. Almeno due i moventi dell’omicidio di camorra. I pentiti raccontano che Pietro Scelzo, da tempo affiliato al clan D’Alessandro, dopo essere uscito dal carcere, agli inizi del duemila, aveva cominciato a fare affari per conto suo nel centro antico di Castellammare di Stabia, mettendo in piedi una piazza di spaccio. Una mossa che non era gradita alla cosca di Scanzano, tanto più che da tempo si vociferava di un passaggio di Scelzo tra le file degli Omobono-Scarpa. I racconti dei pentiti Pasquale Rapicano e Renato Cavaliere sono stati incrociati con gli elementi investigativi raccolti dagli agenti del commissariato di polizia di Castellammare di Stabia, fin dalle ore immediatamente successive all’omicidio. E questo ha consentito all’Antimafia di risalire a come è maturata la decisione di uccidere Scelzo, fino all’organizzazione dell’omicidio. Gli investigatori ipotizzano che sia stato Vincenzo Guerriero, alias ‘o cane, affiliato dei D’Alessandro che poi si è tolto la vita in carcere nel 2017 dove stava scontando l’ergastolo proprio per questo delitto, a segnalare il presunto tradimento di Scelzo alla cosca. Guerriero incontrò Ingenito e Cavaliere in un agriturismo della collina stabiese e durante quell’incontro si decise che il pregiudicato di Licerta dovesse morire. Qualche giorno dopo gli stessi Ingenito e Cavaliere raggiunsero l’appartamento di Guerriero, per affidargli il compito di organizzare l’omicidio. Guerriero coinvolse Rapicano e Antonino Esposito Sansone (quest’ultimo morto in carcere per cause naturali, lo scorso anno). Il primo avrebbe dovuto sparare, il secondo garantire la fuga del killer. Dopo qualche sopralluogo, il massacro andò in scena la sera del 18 novembre 2006. Messo a segno l’omicidio, il killer salì sullo scooter guidato da Antonino Esposito Sansone che lo accompagnò in un appartamento di via Panoramica, dove abitavano i parenti di alcuni affiliati di spicco del clan D’Alessandro che festeggiarono bevendo champagne. Il clan – racconta il pentito – era soddisfatto per quel omicidio e regalò duemila euro, un’auto e uno scooter al killer, soldi e motorini agli altri componenti del commando.

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