Alberto Dortucci

Camorra & colletti bianchi, l’Antimafia già lancia l’allarme sul voto a Torre del Greco

Alberto Dortucci,  
La relazione della Dia al parlamento: i clan cambiano pelle, ora puntano ai soldi pubblici

Camorra & colletti bianchi, l’Antimafia già lancia l’allarme sul voto a Torre del Greco
Il seggio dello scandalo 2018 nel fortino del clan Falanga

Torre del Greco. L’appuntamento elettorale per scegliere il successore del sindaco Giovanni Palomba è fissato per la primavera del 2023. Ma – a 10 mesi dal voto – la direzione investigativa antimafia già lancia il primo allarme sulla corsa alle urne all’ombra del Vesuvio: «A Torre del Greco si registrano attività illecite di una certa gravità non necessariamente o direttamente riconducibili alla criminalità organizzata», il monito messo nero su bianco all’interno dell’ultima relazione semestrale presentata al parlamento. Tradotto: lo scandalo del voto di scambio andato in scena a giugno del 2018 potrebbe non restare un caso isolato, perchè intorno al Comune gravitano interessi «eccezionali» legati non solo alla politica.

La nuova «camorra»

D’altronde, l’analisi presentata dalla Dia al parlamento è chiara: in passato la quarta città della Campania era sotto il controllo del clan Falanga – l’organizzazione fondata dal boss noto come ‘o struscio, con roccaforte a ridosso dell’area porto – mentre oggi, grazie alle indagini sfociate in decine di arresti eseguiti da carabinieri e polizia, la vera camorra non imbraccia armi o bombe bensì indossa il «colletto bianco». E palazzo Baronale, la casa municipale, sembra diventata la nuova «meta» della malavita: «Il fenomeno della corruzione elettorale in occasione delle elezioni amministrative del giugno 2018 – si legge nell’ultimo rapporto della Dia – testimonia un complesso scenario d’illegalità già documentato attraverso le inchieste condotte dalla procura di Torre Annunziata».

Il fenomeno usura

Ma non c’è solo la (mala)politica al centro del «capitolo» relativo agli affari illeciti registrati dalla Dia nella città del corallo. Sotto i riflettori degli investigatori è finita la preoccupante impennata del reato di usura, un business prevalentemente «a gestione familiare» esploso durante la pandemia da Covid-19 – arrivata a mettere in ginocchio perfino la «piccola borghesia» di Torre del Greco – e capace di impoverire ulteriormente un tessuto economico già lacerato dal fallimento da 800 milioni di euro della Deiulemar compagnia di navigazione. La «fotografia» del fenomeno – evidenzia la relazione della direzione investigativa antimafia – arriva dalle indagini concluse a ottobre del 2021 con l’arresto di 11 strozzini appartenenti a tre differenti famiglie di usurai: famiglie non direttamente collegate alla camorra, ma capace di imporre con intimidazioni e violenze tassi d’interesse del 67% perfino su prestiti di piccole somme di denaro.

L’ultimo clan

Con gli «amici di giù a mare» ridotti ai minimi termini – gli elementi apicali sono rinchiusi tutti dietro le sbarre del carcere – e gli scissionisti del rione Sangennariello decimati da arresti e condanne, l’unica cosca «attiva» sul territorio – secondo il rapporto Dia – resta quella degli Ascione-Papale, in guerra con gli Iacomino-Birra per il controllo delle attività criminali all’ombra del Vesuvio. E se a Ercolano la «guerra di potere» resta aperta – come testimoniano gli 11 arresti eseguiti a gennaio del 2022, al termine di un’inchiesta scattata nell’agosto del 2017 all’indomani dell’attentato a colpi di arma da fuoco contro il fratello di un pentito – a Torre del Greco la cosca arrivata dalla Sicilia continua a gestire l’affare dello spaccio di sostanze stupefacenti.

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