L’ex consigliere regionale Marciano avvisa il Pd: “Il Paese non ci segue”

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L’ex consigliere regionale Marciano avvisa il Pd: “Il Paese non ci segue”

«Il giorno dopo il mio intervento in direzione ho organizzato un incontro a Giugliano. Ho parlato alla gente, ma soprattutto ho ascoltato. Perché il Pd ha smesso di ascoltare soprattutto chi non ci ha votato».

Antonio Marciano, ex consigliere regionale e componente della Direzione del Partito Democratico è stata una voce fortemente critica con gli esiti elettorali del 25 settembre, ma soprattutto con la gestione del Pd.

Marciano le critiche in questi giorni si sprecano nei confronti del risultato e della linea tenuta dal Pd. Lei cosa pensa?

«Anzitutto che la mia analisi è in linea con la critica degli elettori, sono allineato ai tanti che non ci votano più e che, in modo irresponsabile, non abbiamo ascoltato. Siamo un partito chiuso dentro l’azione di governo, chiuso dietro la responsabilità verso Paese che non significa rinunciare alle tue battaglie, incapace di definire, e questa è la più grande delle sconfitte, il suo campo sociale largo prima che il campo largo come somma di sigle. Quali interessi siamo nelle condizioni di rappresentare? I primi o gli ultimi? Io direi quelli che sono indietro perché quelle sono le nostre radici».

Eppure queste discussioni sembrano eterne. Ad ogni elezione si sentono queste parole.

«L’altro male è che siamo un partito giovane, che questo mese compie 15 anni di vita che festeggiamo mettendo insieme dieci tra segretari nazionali, reggenti e traghettatori, segno che qualcosa non funziona nel profondo».

Un film già visto?

«Veltroni andò via nel 2008 con 12 milioni di voti per amore del partito di fronte alla pressioni delle componenti interne. L’ultimo segretario, Zingaretti, ha lasciato dicendo di provare vergogna per il partito che aveva guidato. Tra il primo e l’ultimo di questa vergogna non abbiamo parlato fino in fondo. Dove sono le responsabilità, di chi sono e come le risolviamo? Se ad ogni tornata elettorale partiamo da ciò che rimane e non che cosa vogliamo, allora commetteremo sempre errori. Io invece dico guardiamo al bicchiere mezzo vuoto e ringraziamo i 5 milioni di persone che ci hanno dato fiducia per il futuro, ma capiamo dove sono finiti gli altri sette milioni. Nel 2018 dicemmo mai un uomo solo al comando: ma a quello abbiamo sostituito la somma di tanti egoismi individuali che ci hanno portato a sbattere».

Lei è stato critico anche contro le candidature per le Politiche.

«Oltre a criticare ho votato contro. Quando sono state lette le liste in direzione nazionale sono arrivati tre voti contrari, uno era il mio. Non era eroismo, ma un atto di serietà. Perché se diciamo che la partita è complicata, la strada in salita, il vento contrario e siamo alla ricerca di occhi di tigre dobbiamo essere conseguenti. Invece abbiamo visto avanzare solo giovani volpi, abbiamo mortificato il territorio, dimenticato giovani e donne. I migliori giovani che abbiamo candidato sono cresciuti nel solco delle componenti. La verità è che il gruppo dirigente nazionale di fronte a una catastrofe annunciata, invece di aprirsi al territorio ha salvato se stesso e c’è riuscito».

Come si riparte da questo disastro?

«Ascoltando le ragioni di quelli che ci hanno voltato le spalle e che conosciamo più quelli che ci votano. Serve una campagna d’ascolto vera. Non bastano 80 interventi in direzione, ma assemblee aperte per comprendere le ragioni di chi non ci vota più. Aprirsi al mondo del lavoro e del non lavoro, non solo operai e tradizionali, ma le giovani partite iva, i precari, gli studenti. Chiarito che cosa siamo e quali pezzi della società vogliamo rappresentare poi scegliamo le leadership e dopo parliamo di alleanze».

In Parlamento che si fa secondo lei?

«Siamo la prima forza di opposizione parlamentare. Ce l’hanno detto gli elettori. Ma un’altra cosa è che guideremo l’opposizione. Conte e Renzi non ci aspettano, e allora costruiamo un rapporto con un lavoro di ricucitura per il futuro. L’opposizione in Parlamento è un pezzo, ma ci manca tornare a fare opposizione sociale nel paese, nei luoghi del conflitto, tra chi ha paura di non riuscire a pagare le bollette, o i testi scolastici per i figli. La vera sfida è questa».

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