Castellammare. Le tangenti al clan del rione Cmi venivano spedite via posta

Tiziano Valle,  

Castellammare. Le tangenti al clan del rione Cmi venivano spedite via posta

Una raccomandata con ricevuta di ritorno, dentro i soldi delle tangenti che una imprenditrice di Castellammare di Stabia pagava agli scissionisti del rione Cmi per evitare che il clan vessasse suo padre. E’ una storia surreale quella che la Procura Antimafia (sostituto procuratore Giuseppe Cimmarotta) ha svelato nel corso dell’udienza del processo per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso a carico di Antonio Napodano, andata in scena nella giornata di ieri. La Dda ha di fatto contestato una nuova estorsione al settantenne che finì agli arresti domiciliari durante il blitz dell’ottobre 2021, perché accusato di far parte del gruppo criminale guidato da Antonio Maragas e Giovanni Grimaldi Lambiase, che aveva sancito una scissione dal clan Cesarano. La storia è surreale perché secondo gli approfondimenti svolti dai carabinieri della compagnia di Castellammare, il pizzo veniva pagato tramite la posta e recapitato direttamente a casa di Antonio Napodano, che firmava la ricevuta e intascava i soldi che alimentavano le casse dell’organizzazione criminale. A versare migliaia di euro (la cifra precisa non è stata ancora quantificata), secondo la tesi della Procura, sarebbe stata la figlia di un imprenditore stabiese, lei stessa imprenditrice. Saputo delle pressioni a cui era sottoposto il padre – raggiunto dalle chiamate degli esattori della cosca, anche mentre era ricoverato in ospedale – la donna si sarebbe preoccupata di prendere contatti con il clan e mettersi d’accordo per pagare il pizzo. L’escamotage trovato per versare le tangenti all’insaputa del padre, che da quel momento vide allentare un po’ la morsa degli esattori, era proprio quello di spedire una raccomandata tramite poste private, sotto falso nome, a casa di Antonio Napodano. La difesa del settantenne – rappresentata dall’avvocato Antonio de Martino -, preso atto della nuova accusa mossa dall’Antimafia nei suoi confronti ha chiesto ai giudici il rito abbreviato condizionato, chiamando a testimoniare l’altro figlio dell’imprenditore vessato dal clan, che a sua volta avrebbe consegnato soldi al gruppo criminale del rione Cmi. Una vicenda che racconta di come gli scissionisti del clan Cesarano avessero cominciato a conquistare terreno alla periferia di Castellammare e anche della soggezione degli imprenditori della zona, che li assecondavano pagando il pizzo invece di denunciare le richieste estorsive. Un’omertà che aveva favorito la crescita repentina dell’organizzazione criminale, che non disdegnava di utilizzare le maniere forti per piegare imprenditori e professionisti e convincerli a pagare. Le inchieste condotte dall’Antimafia hanno già portato alle condanne in primo grado per Giovanni Grimaldi Lambiase, Antonio Maragas e suo figlio Giuseppe, considerati ai vertici del gruppo criminale. Le indagini su quanto accaduto negli ultimi anni al rione Cmi però sono ancora in corso e – come conferma la nuova accusa contestata a Napodano – sembrano destinate a svelare nuovi retroscena sul gruppo degli scissionisti.

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