Alberto Dortucci

Faida di camorra sotto il Vesuvio e affare-pezze a Prato: niente sconti al killer dei Birra

Alberto Dortucci,  
L’ultima stangata per Salvatore Di Dato, sicario del clan della Cuparella. Massacrò il ras Venditto a Torre Annunziata e un imprenditore in Toscana

Faida di camorra sotto il Vesuvio e affare-pezze a Prato: niente sconti al killer dei Birra
L'omicidio di Ciro Cozzolino nel 1999

Ercolano. Partecipò ai due sanguinari agguati di camorra costati la vita al ras Aurelio Venditto e all’imprenditore delle pezze Ciro Cozzolino – massacrati rispettivamente a Torre Annunziata il 28 febbraio del 1999 e a Prato il 4 maggio del 1999 – e venne inchiodato, a 15 anni di distanza, grazie alle rivelazioni dei pentiti passati a collaborare con la direzione distrettuale antimafia. Per i due omicidi, Salvatore Di Dato – 44 anni, storico «soldato» del clan Iacomino-Birra – si è visto successivamente condannare a 30 anni di reclusione e a 24 anni di carcere. Due sentenze a cui i legali dell’ex killer della Cuparella avrebbero voluto applicare la disciplina della continuazione, in modo da strappare un corposo sconto di pena rispetto alle stangate firmate dai giudici della corte d’appello d’assise di Napoli e Firenze.

L’ultimo verdetto

Secondo la difesa dell’ex killer della Cuparella, i due agguati di camorra sarebbero stati portati a termine nell’ambito della faida in corso a fine anni Duemila all’ombra del Vesuvio e rientravano all’interno dello stesso disegno criminale messo in piedi dai boss Giovanni Birra e Stefano Zeno. Di diverso avviso i magistrati del tribunale di Napoli, pronti a respingere la richiesta di applicazione della disciplina della continuazione ai omicidi portati a termine da Salvatore Di Dato. La questione è stata trascinata davanti alla suprema corte di cassazione, chiamata a scrivere la parola fine a una battaglia legale durata praticamente 20 anni. Gli ermellini della settima sezione penale – presidente Angela Tardia – hanno respinto il ricorso presentato dalla difesa del quarantaquattrenne, sposando in pieno la tesi dei giudici della corte d’assise d’appello di Napoli: «Partendo dal riconoscimento del contesto camorristico in cui maturarono le due decisione omicide – si legge nell’ultimo verdetto degli ermellini – si evidenziano, come elementi ostativi alla sussistenza di un progetto unitario, la diversità dei mandanti e la palese diversità dei moventi».

I due massacri

Nel caso dell’omicidio di Aurelio Venditto – affiliato ai cosiddetti «Bicchierini» e massacrato tra i vicoli della Provolera di Torre Annunziata – la sentenza di morte fu decisa da Alfonso Chierchia, boss dei Fransuà. A crivellare di colpi la vittima furono proprio Salvatore Di Dato e Franco Sannino, il nipote del capoclan Giovanni Birra poi passato dalla parte dello Stato. Il delitto – come ricostruito grazie alla collaborazione di cinque pentiti – avvenne nel pieno della faida tra il cartello Gionta-Chierchia-Birra e i Limelli-Vangone, a cui il gruppo dei «Bicchierini» era legato: Aurelio Venditto venne ucciso per vendicare l’assassinio di un uomo di fiducia di Alfonso Chierchia. Completamente diverso, invece, lo scenario in cui maturò la morte di Ciro Cozzolino: l’imprenditore noto come «’o pazzo» doveva gestire il mercato delle pezze per conto del clan a Prato. Ma non rispettò gli accordi con la Cuparella e venne ammazzato da una raffica di colpi di pistola esplosi da distanza ravvicinata da una Makarov poi gettata nell’auto del morto dal commando di cui faceva parte Salvatore Di Dato. Alla luce della diversità dei due agguati e del differente disegno criminoso alla base degli omicidi, gli ermellini di Roma hanno respinto la richiesta di «sconto della pena». Condannando, inoltre, il quarantaquattrenne dal pagamento delle spese processuali e della somma di 3.000 euro in favore della cassa delle ammende.

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