Politici incandidabili a Torre Annunziata, le difese fanno leva sui cavilli per evitare il giudizio

Giovanna Salvati,  

Politici incandidabili a Torre Annunziata, le difese fanno leva sui cavilli per evitare il giudizio

Doveva essere il giorno della verità. Il giorno del verdetto per 24 ex amministratori e politici del Comune di Torre Annunziata bollati come «incandidabili». In cima alla lista nera stilata dal tribunale, l’ex primo cittadino Vincenzo Ascione, accusato di associazione mafiosa assieme ad altri amministratori. Ma per un difetto di notifica gli avvocati delle difese hanno chiesto l’annullamento del procedimento, richiesta che il collegio dei giudici non ha accolto riservandosi sulla decisione. E’ stata comunque la giornata più lunga con i fari accesi sulla lista di politici finiti nel dossier della commissione d’accesso per collegamenti o parentele con personaggi della criminalità locale. Una condizione scomoda, con profili penali per alcuni e con ripercussioni etiche e morali per altri, che diventa ancora più pesante in una città che  ha conosciuto il secondo scioglimento del consiglio comunale per il rischio delle infiltrazioni. Il secondo dopo quello decretato nel 1993. L’udienza era stata fissata davanti al giudice civile della prima sezione del palazzo di giustizia torrese ma si è celebrata nell’aula penale intitolata alla memoria di Giancarlo Siani, il cronista ucciso dalla camorra e che aveva raccontato proprio il malaffare di Torre Annunziata a metà degli anni Ottanta. Fissata dopo le tredici, l’udienza è iniziata con novanta minuti di ritardo, tempo che “aiuta” tutti gli avvocati delle difese a mettere in fila una serie di difetti procedurali da presentare ai giudici. La discussione si apre in effetti con la contestazione più vibrante e decisa, quella del lungo elenco di omissis che accompagna le accuse e che, secondo gli avvocati, non consente ai singoli politici di potersi difendere fino in fondo. Ma non è l’unico appunto: la notifica di incandidabilità e la convocazione davanti al giudice fissata propio per l’otto novembre non è stata ricevuta da tutti i 24 destinatari dell’accusa di incandidabilità. Un’anomalia che per la difesa dei politici sott’accusa è destinata a diventare un punto a  favore, quanto basta per annullare l’intero procedimento. Viene contestata persino la modalità del procedimento, a partire dalla perquisizione a casa di alcuni ex amministratori che non sarebbe sfociata, come solitamente accade, in un’azione penale. Punto questo che nelle mani delle difese sarà un’arma da utilizzare per sminuire l’iter di accuse e per cancellare di fatto le accuse ai propri assistiti. Tra le mani delle difese c’è anche una contestazione nel merito che mette addirittura in discussione la tesi della commissione d’accesso e della prefettura in ordine allo scioglimento del consiglio comunale. Dicono che il tema della minaccia di infiltrazioni mafiose in Comune è azzardata dal momento che Salvatore Onda, figura chiave nel dossier, è sì nipote di Umberto, killer dei Gionta, ma essendo incensurato non può essere considerato contiguo all’organizzazione camorristica solo per il suo rapporto di parentela.    Si tratta insomma di una serie di spallate al castello delle accuse che forse non basteranno a buttarlo giù, ma che certamente apriranno una riflessione in aula. In particolare, la difesa dell’ex sindaco Vincenzo Ascione ha chiesto il rinvio della decisione in attesa della sentenza del Tribunale Amministrativo della Campania al quale è stato presentato ricorso contro lo scioglimento, chiede dunque di attendere almeno fino al prossimo 8 marzo, quando il Tar dovrà esprimersi. La discussione procede per circa un’ora tra questioni tecniche e cavilli. E’ il gioco delle parti e la sensazione è che tutti vogliano sottrarsi al giudizio. Così la battaglia delle notifiche (recapitate solo a 7 dei 24 politici incandidabili) diventa il vero braccio di ferro. Il pubblico ministero De Micheli, però, va avanti a testa bassa: prima chiede il rigetto di tutte le eccezioni di valutazione dello scioglimento, poi scendere nel dettaglio di ogni singola posizione e alla fine chiede il rinvio dell’udienza. L’ultima parola spetta al giudice, che però sceglie di riservarsi la decisione. Quando l’udienza finisce restano intatti i malumori, le ombre e le tensioni.

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