«Guidava il clan», a processo la moglie del boss di Poggiomarino

Mario Memoli,  

«Guidava il clan», a processo la moglie del boss di Poggiomarino

Chiusa l’istruttoria dibattimentale davanti al collegio dei giudici del Tribunale di Torre Annunziata (presidente Acampora) per il processo a carico di Francesca Formisano moglie di Antonio Giugliano alias ‘o Savariello, che secondo l’ex pentito (all’epoca collaboratore di giustizia per “amore”) Carmine Amoruso avrebbe preso le redini del clan quando il marito era in carcere. Requisitoria della procura Antimafia (pubblico ministero Gianfranco Scarfò)  attesa per metà febbraio con successive discussioni e quindi sentenza per la fine di quel mese. Un processo nato dalle dichiarazioni dell’ex collaboratore di giustizia che aveva portato la magistratura inquirente ad aprire prima un fascicolo d’inchiesta a carico della donna e poi un giudizio stabilito dal Tribunale di Torre Annunziata. Accuse che sarebbero anche datate di oltre una decina di anni quelle formulate a carico di Franca Formisano  Le attività illecite, nessuna esclusa, sarebbero passate per le sue mani secondo l’uomo che ad aprile del 2021 fu vittima di un agguato a San Marzano sul Sarno ad opera dei “guagliuni” di Rosario o’ minorenne Giugliano rivale della cosca omonima poggiomarinese. Dichiarazioni tuttavia in contraddizione sostiene la difesa dell’imputata (avvocati Francesco Matrone e Pasquale Formisano) perché proprio Carmine Amoruso non può ritenersi un teste attendibile: prima collaboratore di giustizia e poi divenuto ex con reati a suo carico contestati dagli inquirenti come il possesso di armi. Secondo la Dda partenopea a Poggiomarino, e anche a  Striano, a causa del prolungato stato di detenzione del capo del clan, la reggenza dell’organizzazione sarebbe stata affidata alla moglie che si sarebbe avvalsa  di collaboratori già legati al marito. In sostanza l’influenza del ras detto “’O Savariello” sarebbe continuata anche da dietro le sbarre grazie proprio a Francesca Formisano, e che le attività sarebbero proseguite  attraverso la persona più fidata: la moglie, che sarebbe stata secondo la pubblica accusa una delle figure delle “donne di camorra”.  E grazie a lei secondo l’ex pentito e la Dda che Antonio Giugliano (aveva beneficiato di un permesso nel 2014 poi ritornato in carcere perché aveva sconfinato a Boscoreale nonostante le restrizioni dei giudici) era  riuscito a mantenere la propria autonomia attraverso la figura della coniuge e con gli affiliati che avrebbero insistito  a seguire le indicazioni del boss ma per bocca della donna che ‘o Savariello aveva sposato. Tutto perché   il periodo in carcere del boss era lungo per essere in grado di mantenere il “polso” del territorio senza un appiglio importante e di spessore, un profilo con cui gli investigatori avevano individuato proprio la consorte del ras.

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